La sclerosi multipla è una malattia infiammatoria cronica demielinizzante del sistema nervoso centrale, che colpisce giovani adulti prevalentemente di sesso femminile (rapporto donna:uomo circa 3:1) e costituisce la causa principale di disabilità da patologia non-traumatica in questa fascia di età nelle regioni occidentali. L’eziologia della sclerosi multipla è ancora sconosciuta, anche se sono stati individuati possibili fattori di rischio (genetici, ambientali) che possono favorire l’insorgenza del processo autoimmunitario alla base dello sviluppo della malattia. Tra questi, ha ricevuto particolare attenzione negli ultimi anni il ruolo della Vitamina D [1].
“Vitamina D” comprende un gruppo di composti liposolubili, il cui costituente principale è la Vitamina D3, il colecalciferolo (D3). La D3 viene assunta con gli alimenti e sintetizzata dall’organismo a livello della cute, dove un precursore (il 7-deidrocolesterolo) viene trasformato in previtamina D e successivamente in D3 attraverso un processo favorito dall’esposizione al sole [2]. Per diventare attiva, la D3 deve subire altre due trasformazioni (idrossilazioni) che avvengono, la prima nel fegato, dove viene prodotta la 25-idrossi-D (25D), e la seconda nel rene, dove viene prodotta la 1,25-diidrossi-D (1,25D) [2,3]. Quest’ultima rappresenta la forma biologicamente attiva anche detta calcitriolo.
In numerosi studi in soggetti sani, bassi livelli di 25D e 1,25D sono stati associati a un maggior rischio di sviluppare la sclerosi multipla, suggerendo quindi un ruolo causale della carenza di vitamina D [2]. Questa associazione è stata confermata anche in studi che valutavano la presenza di geni che determinano di per sé livelli di vitamina D inferiori alla norma piuttosto che valutare direttamente i livelli della vitamina, i cosiddetti studi di “randomizzazione mendeliana”. I soggetti portatori di questi geni avevano un maggior rischio di sviluppare la sclerosi multipla rispetto alle persone che non avevano geni associati a bassi livelli di vitamina D [2,4,5].
Negli studi condotti in pazienti nei quali la sclerosi multipla era già esordita e diagnosticata, bassi livelli di vitamina D erano associati a maggiore attività di malattia. In particolare, i pazienti con deficit di vitamina D avevano un rischio più elevato di avere nuove lesioni o lesioni che prendono il mezzo di contrasto ai controlli di risonanza magnetica (RM) o di avere nuove ricadute e accumulare disabilità nel corso del periodo di osservazione [2].
Rimane però ancora controverso il livello di vitamina D al di sotto del quale il rischio diviene significativo e, soprattutto, se e quanta integrazione di vitamina D deve essere assunta per ridurre il rischio di maggiore attività di malattia. Per cercare di chiarire il possibile ruolo terapeutico della vitamina D sono disponibili a oggi risultati di alcuni piccoli studi, mentre altri studi su maggiori casistiche di pazienti sono ancora in corso [2].
In generale, l’utilizzo di quantità variabili di vitamina D ha dato risultati contrastanti. Per esempio, in alcuni studi, l’assunzione di 20.000 UI di vitamina D alla settimana o di 300.000 UI al mese non ha prodotto benefici significativi. In altri studi, nei quali la vitamina D veniva aggiunta alla terapia con interferone, l’assunzione di 14.000 UI al giorno, fino a 40.000 UI al giorno, o 20.000 UI alla settimana o 100.000 UI a settimane alterne ha dato alcuni vantaggi, non sempre significativi, sul rischio di avere ricadute o lesioni nuove o captanti gadolinio alla RM (per una revisione degli studi vedi ref. 2). Questi risultati contrastanti possono avere differenti spiegazioni: o effettivamente l’assunzione della vitamina D non è efficace, oppure non vengono utilizzate dosi sufficienti. Inoltre, devono essere prese in considerazione possibili limitazioni degli studi condotti, legate per esempio al tipo di pazienti arruolati, al numero dei soggetti inclusi o alla durata del periodo di osservazione. I risultati degli studi ancora in corso, che sono stati disegnati con l’obiettivo di superare queste limitazioni, potranno fornire utili informazioni per capire la reale efficacia dell’assunzione di vitamina D.
Un altro aspetto da non sottovalutare è la sicurezza dell’assunzione di vitamina D. Negli studi citati precedentemente non sono stati riportati eventi avversi, anche nei casi in cui l’integrazione aveva portato i livelli di vitamina D dell’organismo superiori a quelli fisiologici. Questi studi però si riferiscono a brevi periodi di osservazione e l’assenza di effetti collaterali dovrà essere confermata anche negli studi in corso su casistiche più ampie e con maggiore durata [2].
Conclusioni e consigli pratici
I dati a oggi disponibili suggeriscono un possibile ruolo della vitamina D come fattore di rischio sia per lo sviluppo della sclerosi multipla sia per una maggiore attività clinica e radiologica della malattia. In attesa di risultati dagli studi in corso, considerando il buon profilo di sicurezza della supplementazione, l’assunzione di vitamina D può essere presa in considerazione nei pazienti con sclerosi multipla in aggiunta alle terapie modificanti il decorso. I riferimenti per l’introduzione di calcio e vitamina D con la dieta suggeriscono circa 600 UI al giorno per le persone fino a 70 anni [6]. Considerando i risultati contrastanti circa l’efficacia dell’integrazione con vitamina D sull’attività di malattia, non c’è ancora accordo sulla necessità di somministrare integratori a base di vitamina D nei pazienti con sclerosi multipla. In generale a decisione viene presa caso per caso, tenendo conto anche di possibili controindicazioni, considerando comunque l’assenza di particolari effetti collaterali negli studi condotti fino a oggi. Non c’è inoltre accordo sulle quantità di vitamina D da assumere. L’esperienza dei trial suggerisce come obiettivo terapeutico un livello di 25D circolante di 40-60 ng/ml (100-150 nmol/l), raggiungibile in genere con 2000-5000 UI al giorno [2,7]. Sono ovviamente necessari controlli periodici per verificare i livelli circolanti ed eventualmente aggiustare (aumentare o diminuire) la supplementazione.
Emilio Portaccio – Fondazione Don Carlo Gnocchi, Firenze
Bibliografia
- Thompson AJ, Baranzini SE, Geurts J, et al. Multiple sclerosis. Lancet 2018 ;391(10130):1622-36.
- Shoemaker TJ, Mowry EM. A review of vitamin D supplementation as disease-modifying therapy. Mult Scler 2018;24(1):6-11.
- Christakos S, Ajibade DV, Dhawan P, et al. Vitamin D: Metabolism. Endocrinol Metab Clin North Am 2010;39(2): 243–53.
- Mokry LE, Ross S, Ahmad OS, et al. Vitamin D and risk of multiple sclerosis: A Mendelian randomization study. PLoS Med 2015;12(8): e1001866.
- Harroud A, Richards JB. Mendelian randomization in multiple sclerosis: A causal role for vitamin D and obesity? Mult Scler 2018;24(1):80-5.
- Ross AC, Taylor CL, Yaktine AL, et al. (eds). Dietary reference intakes for calcium and vitamin D. Washington, DC: The National Academies Press, 2011.
- Hiremath G, Cettomai D, Baynes M, et al. Vitamin D status and effect of low-dose cholecalciferol and high-dose ergocalciferol supplementation in multiple sclerosis. Mult Scler 2009;15(6):735-40.
Source: Fondazione Serono SM