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La sclerosi multipla è una malattia infiammatoria cronica demielinizzante del sistema nervoso centrale la cui eziologia rimane a oggi ancora sconosciuta. In soggetti geneticamente predisposti, i fattori ambientali giocano un ruolo fondamentale nell’eziopatogenesi della malattia e sono spesso chiamati in causa per spiegare l’aumento di incidenza della sclerosi multipla osservato negli ultimi decenni. Tra i fattori ambientali più studiati negli ultimi anni vengono annoverati quelli legati allo stile di vita, come per esempio il fumo di sigaretta, l’obesità, la vitamina D [1]. Uno dei fattori dietetici più dibattuti come possibile concausa della sclerosi multipla è l’introito di sale, che verrà discusso più in dettaglio in seguito.
L’aumento dell’incidenza della sclerosi multipla osservato negli ultimi decenni è stato spesso attributo ai concomitanti cambiamenti nello stile di vita nei Paesi occidentali. Tra questi, l’introito di sale (cloruro di sodio) nella dieta ha ricevuto particolare attenzione. L’attuale dieta tipica dei Paesi occidentali prevede l’utilizzo di molto più sale rispetto al passato. Per esempio, il contenuto di sale della popolare alimentazione da “fast food” è circa 100 volte maggiore della cucina casalinga. Numerosi studi hanno documentato come l’aumento della concentrazione di sale sia associato a una maggiore stimolazione delle cellule immunitarie “proinfiammatorie” come i linfociti Th17, coinvolti attivamente nell’eziopatogenesi della sclerosi multipla [2]. È stato quindi ipotizzato che l’aumento del consumo di sale possa contribuire all’aumento dell’incidenza di sclerosi multipla. In uno studio condotto nel 2015 su un piccolo gruppo di pazienti con sclerosi multipla, il consumo di sale veniva stimato attraverso il dosaggio del cloruro di sodio eliminato nelle urine e veniva correlato con l’attività di malattia, cioè il numero di ricadute e parametri di risonanza magnetica (RM) encefalica. In questo studio, una maggiore eliminazione di sale nelle urine (e quindi un maggiore introito di sale nella dieta) era associato a un maggior numero di riacutizzazioni cliniche e a un maggior numero di nuove lesioni alla RM encefalica. Gli Autori concludevano quindi che un maggior consumo di sale fosse effettivamente una concausa per lo sviluppo della malattia favorendo una attività infiammatoria da parte delle cellule del sistema immunitario [3]. Come già accennato però, lo studio aveva una serie di possibili limitazioni. Era condotto su un piccolo campione di pazienti, la misurazione del consumo di sale attraverso le urine poteva essere imprecisa e i pazienti non venivano seguiti nel tempo. Successivamente la possibile interazione tra sale da cucina e sclerosi multipla è stata riesaminata in altri studi. In uno studio l’analisi era ripetuta su un elevato numero di pazienti con sclerosi multipla arruolati in un trial per la dimostrazione dell’efficacia della terapia con interferone beta dopo il primo episodio di sclerosi multipla. In questo studio la misurazione del sale nelle urine era ripetuta più volte nello stesso paziente, aumentando quindi la precisione della stima del consumo di sale con la dieta. Inoltre i pazienti erano seguiti nel tempo. In questa analisi, il consumo di sale non era associato ad alcun parametro di attività di malattia. In particolare, il consumo di sale non aumentava il rischio di avere ricadute cliniche e quindi di sviluppare una sclerosi multipla definita, né il rischio di accumulare disabilità o nuove lesioni alla RM [4]. Risultati simili sono stati ottenuti in due ulteriori studi condotti nella sclerosi multipla pediatrica, in cui la malattia esordisce prima dei 18 anni di età. In questi studi il consumo di sale era misurato attraverso la somministrazione di questionari che indagava il tipo di alimentazione dei pazienti. Un maggior consumo di sale non era associato né con il rischio di avere la sclerosi multipla, né con una maggiore di attività di malattia nei pazienti nei quali la sclerosi multipla era già stata diagnosticata [5,6].
Più recentemente è stato condotto un ulteriore studio ancor più affidabile dal punto di vista metodologico, con risultati quindi più sicuri e precisi. In questo studio infatti sono state arruolate e seguite nel tempo oltre 175.000 infermiere senza patologie di rilievo al momento dell’inclusione. Il consumo di sodio era stimato attraverso ripetuti questionari sulle abitudini alimentari e verificato attraverso la misurazione del sale eliminato nelle urine. Nel corso del lungo periodo di osservazione, una maggiore introduzione di sale con la dieta non aumentava il rischio di sviluppare la sclerosi multipla [7]. Anche se l’analisi è stata condotta solo in donne adulte (e quindi non può stabilire un eventuale effetto del sale negli uomini o assunto in età pediatrica), è difficile che il risultato possa essere smentito vista l’elevata qualità metodologica [8].
In conclusione quindi, i più recenti studi sulla possibile relazione tra cloruro di sodio e sclerosi multipla, alcuni dei quali condotti con particolare rigore metodologico, hanno escluso in maniera convincente l’associazione tra elevato consumo di sale e rischio di sviluppare la sclerosi multipla o avere una forma di malattia più aggressiva.
Dal momento che gli studi hanno escluso una relazione tra quantità di sale da cucina introdotto con la dieta e sclerosi multipla, non è necessario apportare modifiche alle normali abitudini di consumo di sale con l’obiettivo di ridurre il rischio di sviluppare la sclerosi multipla o di avere una malattia con decorso peggiore. Ciononostante, considerando il ruolo del sale da cucina in altre patologie, in particolare quelle cardiovascolari, è comunque consigliabile limitarne l’uso.
Emilio Portaccio – Fondazione Don Carlo Gnocchi, Firenze
Bibliografia
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