La riforma della Presa in Carico in Lombardia: come cambierà la vita delle persone con sclerosi multipla?

La riforma della Presa in Carico in Lombardia: come cambierà la vita delle persone con sclerosi multipla?

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In Lombardia è in atto una riforma del sistema socio-sanitario. AISM chiede il contributo alle persone con SM della Regione ……
Source: AISM-News dal mondo AISM

Il sale della dieta non influenza il rischio di sviluppare sclerosi multipla

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Un gruppo internazionale di ricercatori ha valutato l’effetto dell’introduzione di sale con la dieta sul rischio di sviluppare sclerosi multipla. I risultati hanno indicato che un’alimentazione ricca di sale non modifica il rischio, rispetto a una che ne contiene quantità normali o ridotte.

Cortese e colleghi hanno eseguito una ricerca per determinare se la quantità di sale, sotto forma di sodio, assunta giornalmente, avesse qualche relazione con la probabilità di sviluppo della sclerosi multipla. Per farlo hanno utilizzato un questionario compilato ogni quattro anni da 80.920 infermiere arruolate nello studio denominato “Studio sulla Salute delle Infermiere” (in inglese Nurses’ Health Study: NHS) eseguito fra il 1984 e il 2002 e da 94.511 soggetti arruolati nello “Studio sulla Salute delle Infermiere II” (in inglese Nurses’ Health Study II: NHS II) eseguito dal 1991 al 2007. Nell’insieme delle due casistiche si sono rilevati 479 nuovi casi di sclerosi multipla. Le caratteristiche di tali casi sono state analizzate in termini di: introito di sodio, età, area di residenza all’età di 15 anni, Indice di Massa Corporea all’età di 18 anni, assunzione di supplementi alimentari a base di vitamina D, fumo e introito di Calorie. I risultati hanno indicato che l’assunzione giornaliera di sodio all’inizio dello studio non aveva influenzato il rischio di sviluppare successivamente sclerosi multipla: fra introito maggiore (mediane): 3.2 gr/giorno nel NHS e 3.5 gr/giorno nel NHS II e introito minore (mediane): 2.5 gr/giorno nel NHS e 2.8 gr/giorno nel NHS II si è osservato un rapporto di rischio di 0.98, 95% Indice di Confidenza 0.74-1.30, non significativo. Anche la media cumulativa dell’assunzione di sodio nei controlli successivi non ha mostrato relazioni con la probabilità di sviluppare sclerosi multipla: fra introito maggiore (mediane): 3.3 gr/giorno nel NHS e 3.4 gr/giorno nel NHS II e introito minore (mediane): 2.7 gr/giorno nel NHS e 2.8 gr/giorno nel NHS II si è osservato un rapporto di rischio di 1.02, 95% Indice di Confidenza 0.76-1.37, non significativo.

Gli autori hanno concluso che, nell’ampia casistica da loro analizzata, non si sono osservate relazioni fra assunzione di sodio con la dieta e probabilità di sviluppare sclerosi multipla.

Tommaso Sacco

Fonte: No association between dietary sodium intake and the risk of multiple sclerosis; Neurology, 2017 Sep 26;89(13):1322-1329.

Source: Fondazione Serono SM

I dati disponibili sull’efficacia delle cure alternative nella sclerosi multipla non permettono di trarre conclusioni

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Un gruppo di esperti ha passato in rivista la letteratura scientifica disponibile riguardo all’efficacia delle cure alternative nella sclerosi multipla. La valutazione di migliaia di articoli pubblicati fra il 2001 e il 2016 ha fatto concludere che i dati acquisiti non permettono di confermare effetti curativi di tali terapie.

Claflin e colleghi sono partiti dalla considerazione che le persone con sclerosi multipla usano spesso approcci che rientrano fra le cure della Medicina Complementare e Alternativa (MCA), vale a dire quelle non previste dalla medicina convenzionale. In una recensione del loro articolo pubblicata sul sito della Società Internazionale della Sclerosi Multipla, si aggiunge che inserendo come parole chiave i termini “terapie alternative” e “sclerosi multipla” in un comune motore di ricerca, si ottiene, come risultato, un elenco di migliaia di pubblicazioni di livello scientifico variabile. Questo flusso di comunicazione contribuisce a fare sì che oltre il 50% dei malati di sclerosi multipla dichiari di aver usato nell’anno precedente cure alternative. Secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, queste comprendono un ampio spettro di approcci che non rientrano né tra i trattamenti convenzionali né tra quelli tramandati dalla tradizione di ciascun Paese. Essi possono consistere in diete particolari, in programmi di attività fisica, in farmaci o sostanze non comprese fra le terapie convenzionali e/o tradizionali e in trattamenti psicologici. Gli autori dello studio appena pubblicato hanno basato la loro analisi su una ricerca degli articoli scientifici eseguita nei maggiori archivi. Hanno individuato 1916 studi, dei quali solo 38 rispettavano criteri di qualità sufficienti a farli selezionare per la revisione. Stabilire a priori i criteri di qualità degli studi è una condizione irrinunciabile per formulare conclusioni attendibili riguardo ai risultati che essi hanno ottenuto. Le 38 ricerche selezionate riguardavano principalmente l’uso della Cannabis sativa, il ricorso a diete specifiche o a supplementi nutrizionali, l’applicazione di programmi di esercizio fisico e l’utilizzo di approcci psicologici per curare la sclerosi multipla. L’esito della revisione di Claflin e colleghi è stato che qualche risultato interessante è stato ottenuto con la Cannabis sativa e con alcuni approcci psicologici, ma non si tratta comunque di evidenze che permettano di trarre conclusioni circa la loro efficacia nel trattamento della sclerosi multipla. Inconsistenti i riscontri ottenuti con diete, supplementi e altre terapie alternative.

Gli autori della revisione hanno commentato i risultati del loro lavoro segnalando che casistiche troppo limitate e protocolli poco rigorosi contribuiscono in maniera decisiva a limitare la qualità dei dati ottenuti negli studi sulle cure complementari e alternative e raccomandano, per il futuro, la definizione di criteri specifici per la progettazione di ricerche da svolgere in questo campo.

Tommaso Sacco

Fonte: Complementary and alternative treatments of multiple sclerosis: a review of the evidence from 2001 to 2016; Journal of Neurology, Neurosurgery & Psychiatry, 2017 Aug 2.

Source: Fondazione Serono SM

Lo studio voluto dalla Regione Emilia-Romagna ha confermato che l’angioplastica non è efficace per il trattamento della sclerosi multipla

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La ricerca voluta e pagata dalla Regione Emilia-Romagna è giunta alle stesse conclusioni già formulate da numerose altre ricerche eseguite in Italia e nel Mondo: l’angioplastica delle vene del collo non ha alcuna efficacia nella cura della sclerosi multipla.

Dopo la pubblicazione, nel 2009, di uno studio che aveva rilevato una relazione fra le alterazioni delle vene del collo e lo sviluppo della sclerosi multipla, si creò un movimento di opinione secondo il quale una condizione, denominata insufficienza venosa cerebro-spinale cronica (in inglese Chronic Cerebro-Spinal Venous Insufficiency: CCSVI), poteva essere la causa della sclerosi multipla. Molti esperti evidenziarono subito gli importanti limiti di quella iniziale ricerca ed era noto che, già alcuni decenni prima, l’ipotesi di una causa vascolare della sclerosi multipla fosse stata proposta e poi confutata. Inoltre, l’applicazione del metodo scientifico, avrebbe richiesto prima una verifica della fondatezza della teorica relazione fra alterazione delle vene e sviluppo della malattia e poi, semmai, l’applicazione di procedure terapeutiche basate su tale relazione. Nonostante la mancanza di prove definite a supporto, alcune Regioni italiane, fra le quali Toscana ed Emilia-Romagna, cominciarono a rimborsare l’intervento di angioplastica per la correzione dei difetti delle vene del collo come cura della sclerosi multipla. D’altra parte, su tutti i mezzi di comunicazione si cavalcava questo argomento, alimentando la speranza dei malati di poter guarire dalla sclerosi multipla, evitando l’assunzione di farmaci.

Le prime ricerche avviate in Italia, in altri Paesi europei e negli Stati Uniti, non riuscirono a dimostrare alcun vantaggio degli interventi di correzione dei difetti delle vene sull’andamento della malattia e molte evidenze misero in dubbio anche la relazione di base fra difetti delle vene e sclerosi multipla. Questi risultati venivano però contestati dai fautori della CCSVI, i quali sostenevano che l’inadeguatezza dei protocolli impediva di evidenziare i vantaggi della correzione della CCSVI. La Regione Emilia-Romagna mise quindi a disposizione ingenti fondi per realizzare uno studio che valutasse l’efficacia dell’angioplastica venosa nelle persone con sclerosi multipla, applicando fedelmente il metodo suggerito da chi aveva formulato la teoria della CCSVI. Inizialmente sono stati analizzati 177 soggetti con sclerosi multipla recidivante remittente, dei quali 62 non erano arruolabili. Di questi, 47, il 26.6% del totale, non avevano la CCSVI. In 6 Centri italiani sono state arruolate 115 persone con sclerosi multipla, suddivise in due gruppi, con rapporto numerico di 2 a 1. Un gruppo è stato sottoposto a un vero intervento di angioplastica delle vene del collo e l’altro a una sua simulazione. L’andamento della malattia è stato valutato dopo 12 mesi considerando, sia variabili cliniche, sia evidenze ottenute con la risonanza magnetica. Nel gruppo sottoposto all’angioplastica effettiva sono stati inclusi 76 soggetti e 39 in quello di confronto. Hanno completato la ricerca 112 malati. Sulla base dell’analisi di tutti i risultati ottenuti, gli autori hanno concluso che l’angioplastica venosa, pure essendo risultata sicura, è stata ampiamente inefficace e che, quindi, tale trattamento non può essere raccomandato nei malati di sclerosi multipla.

Da questa storia si potrebbero trarre molti insegnamenti. Una teoria scientifica andrebbe sempre verificata rigorosamente passo dopo passo, prima di farla diventare la base di una “soluzione rivoluzionaria” di una grave malattia. Le Istituzioni, sanitarie e non, dovrebbero essere caute nello “sposare” teorie scientifiche non adeguatamente verificate mettendo a disposizione dei malati cure delle quali non è stata confermata l’efficacia. Le preziose risorse della Sanità Pubblica andrebbero investite solo in presenza di evidenze consolidate. I mezzi di comunicazione dovrebbero ponderare bene i messaggi che veicolano al pubblico, specie se rischiano di illudere i malati circa soluzioni, delle condizioni dalle quali sono affetti, che in realtà non esistono.

Tommaso Sacco

Fonte: P Zamboni e coll: Efficacy and Safety of Extracranial Vein Angioplasty in Multiple Sclerosis; A Randomized Clinical Trial; JAMA Neurology, Novembre 18, 2017

Source: Fondazione Serono SM

Al Congresso dell’ECTRIMS sono stati presentati due sistemi di monitoraggio in rete della sclerosi multipla

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Al Congresso congiunto di ECTRIMS e ACTRIMS, rispettivamente le Società Europea e Americana per la ricerca e la cura della sclerosi multipla, sono stati presentati due differenti approcci che permettono ai malati di auto-valutarsi, per verificare l’andamento della sclerosi multipla.

Gavin Giovannoni, uno specialista di sclerosi multipla della Gran Bretagna, e Jay Alberts, un suo collega degli Stati Uniti, hanno presentato due soluzioni che permettono alla persone con sclerosi multipla di auto-valutare l’andamento della malattia. Interessante il punto di vista di Gavin Giovannoni su questo strumento. Egli, infatti, ha spiegato che gli specialisti chiedono continuamente ai loro assistiti di riempire questionari, ma si tratta sempre di un flusso “a senso unico”, nel quale i secondi forniscono dati e informazioni ai primi. Questo rischia di essere poco motivante per le persone affette dalla malattia e non è al passo con tempi, come quelli attuali, nei quali i malati vogliono capire sempre più approfonditamente come evolve la loro malattia e condividere le decisioni relative alla sua gestione. Le persone con sclerosi multipla vogliono capire se la loro malattia è stabile, migliora o peggiora e un’indagine condotta sui soggetti assistiti dal suo Centro ha confermato che la maggior parte di loro era di questa idea. Il sito di Gavin Giovannoni, che si chiama Clinic Speak (in italiano: la clinica parla; link: http://www.clinicspeak.com), permette alle persone con sclerosi multipla di auto-valutarsi con tre esami standardizzati: l’EDSS, che misura la disabilità, la prova dei 25 passi, che valuta la velocità del cammino, e un altro test che verifica la funzionalità delle mani. E’ già programmata l’aggiunta di altre due prove e si pensa di proporre gli stessi test in applicazioni per dispositivi mobili. Per tutti questi test, il malato che compila l’apposito questionario, riceve la risposta in tempo reale. La risposta è inoltre archiviata nel sito e successive compilazioni permettono di costruire un grafico che dimostra le variazioni nel tempo degli esiti del test. Gavin Giovannoni ha riferito che questo approccio ha suscitato qualche resistenza nei suoi colleghi specialisti, ma ha spiegato che tali resistenze sono ingiustificate perché le auto-verifiche dei malati non hanno l’obiettivo di sostituire i controlli dei medici, ma piuttosto di integrarli e completarli.

Diverso è l’approccio proposto dallo specialista statunitense, perché consiste in prove che le persone con sclerosi multipla sostengono in Ospedale, prima di essere visitate dai medici. L’obiettivo, in questo caso, è quello di abituare il malato a inserire informazioni in un “contenitore” da condividere con lo specialista che lo segue. Anche le prove proposte in questo caso valutano varie funzioni e anche aspetti come il tono dell’umore. Quando il malato incontra il medico, quest’ultimo ha già a disposizione un’importante mole di dati e di informazioni che aiutano a definire la situazione clinica e a discuterla con il suo assistito. Anche nel caso dell’approccio sviluppato da Jay Alberts, è prevista una sua evoluzione sotto forma di applicazione per dispositivi mobili.

Tommaso Sacco

Fonte: Medscape

Source: Fondazione Serono SM

Raccomandate ulteriori restrizioni all’uso del daclizumab nella sclerosi multipla

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L’Agenzia Italiana del Farmaco ha rilanciato un’avvertenza pubblicata dall’Agenzia Europea dei Medicinali riguardo a ulteriori restrizioni all’impiego del daclizumab, scaturite da una rivalutazione degli effetti indesiderati del farmaco sul fegato.

Il daclizumab è stato registrato nel 2016 per la cura delle forme recidivanti remittenti di sclerosi multipla. La sua formulazione consiste in una soluzione per iniezione sottocutanea da eseguire con specifici iniettori e siringhe pre-riempite. Il Comitato per la valutazione dei rischi e per la farmacovigilanza (PRAC), dell’Agenzia Europea dei Medicinali, ha analizzato alcuni problemi di sicurezza emersi con il daclizumab e ha rilevato il rischio di sviluppo di un danno al fegato imprevedibile e che può provocare il decesso. Tale danno viene determinato da un meccanismo di tipo immunitario e si può presentare fino a sei mesi dopo che la somministrazione di daclizumab è stata interrotta. Negli studi clinici, l’1,7% dei soggetti curati con il farmaco ha mostrato questo grave effetto collaterale a carico del fegato. Sulla base di questa evidenza, il PRAC ha raccomandato, per ridurre i rischi, di prescrivere il daclizumab solo nelle forme recidivanti remittenti di sclerosi multipla che non rispondano adeguatamente ad almeno due farmaci modificanti la malattia e che non possono essere curati con altri prodotti. Inoltre, si raccomanda di controllare, come minimo una volta al mese, la funzione del fegato con esami di laboratorio, continuando tali verifiche per almeno sei mesi, dopo che la cura è stata sospesa. Nel caso in cui le caratteristiche del soggetto in cura non soddisfino più i criteri previsti per la somministrazione del farmaco o se la risposta alla terapia non è adeguata, si raccomanda ai medici di interrompere il trattamento. Inoltre, la cura va interrotta se la concentrazione nel sangue delle transaminasi è superiore a tre volte il valore massimo della norma e si deve indirizzare il malato in terapia ad un epatologo, se si riscontrano segni e sintomi di malattia di fegato. Allo stesso modo, devono essere inviati a uno specialista competente i soggetti con epatite da virus B o da virus C. Il daclizumab non deve essere usato nelle persone con malattie di fegato preesistenti e in chi presenta, prima della cura, concentrazioni nel sangue delle transaminasi superiori a due volte il valore massimo della norma. Infine, il daclizumab non deve essere prescritto a soggetti con altre malattie autoimmuni, a parte la sclerosi multipla e, oltre al materiale informativo sul farmaco che è già disponibile, medici e malati dovrebbero condividere un modulo di consenso che serve a confermare che i secondi hanno compreso l’importanza di seguire nel tempo e rilevare eventuali danni al fegato.

Le raccomandazioni sopra riportate, che rinforzano alcune misure provvisorie introdotte nel luglio 2017, saranno inviate al Comitato per i Medicinali per uso umano, facente capo all’EMA, che formulerà un parere finale.

Tommaso Sacco

Fonte: AIFA

Source: Fondazione Serono SM

Proposta una revisione dei criteri di diagnosi di McDonald

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In occasione del 7° Congresso congiunto di ECTRIMS e ACTRIMS, rispettivamente le Società Europea e quella Americana dedicate alla ricerca e alla cura della sclerosi multipla, è stata presentata una proposta di revisione dei criteri di diagnosi di McDonald, precedentemente aggiornati nel 2010.

Un gruppo di 30 esperti ha passato in rivista i dati disponibili per procedere a una revisione dei criteri di diagnosi di McDonald, che vengono utilizzati dagli specialisti di tutto il mondo per confermare la presenza della Sindrome Clinicamente Isolata e delle forme più avanzate di sclerosi multipla. In occasione di una lettura dedicata a tale revisione, Jeffrey Cohen, di Cleveland (Stati Uniti), ha evidenziato le principali modifiche apportate all’edizione precedente.

  • In un soggetto con una tipica Sindrome Clinicamente Isolata, nel quale siano soddisfatti i criteri di disseminazione in diverse aree del cervello delle lesioni evidenziabili con la risonanza magnetica e nel quale non ci siano altre cause note delle evidenze cliniche, il rilievo di specifiche bande oligoclonali nel liquido cefalorachidiano permette di formulare diagnosi di sclerosi multipla, anche se non c’è quella che viene definita come “disseminazione nel tempo”. Questa consiste nella comparsa in momenti diversi di alterazioni osservate con la risonanza magnetica.
  • Un altro criterio modificato è quello che stabilisce che le lesioni osservate con la risonanza magnetica, che vadano a soddisfare i criteri di disseminazione nello spazio e nel tempo, possono essere accompagnate o meno da sintomi. Nella versione del 2010 dei criteri di McDonald le lesioni a carico del peduncolo cerebrale del midollo spinale non erano considerate per la definizione della disseminazione nello spazio e nel tempo. Una modifica, simile a quella appena citata, riguarda le lesioni localizzate nella corteccia cerebrale. Infatti, nella versione presentata al Congresso anche le alterazioni della corteccia, oltre a quelle presenti vicino alla corteccia, o iuxta-corticali, contribuiscono a definire la disseminazione nello spazio e nel tempo.
  • Dei criteri già presenti per la diagnosi della sclerosi multipla primariamente progressiva, gli unici che sono stati modificati sono quello che distinguevano fra lesioni associate a sintomi e quelle non sintomatiche e un altro che escludeva le lesioni alla corteccia.
  • Nella nuova versione delle Linee Guida si raccomanda, inoltre, di ricostruire con precisione, quando viene formulata la diagnosi, il decorso della malattia fino a quel momento. Seguendolo successivamente negli anni, si potranno rilevare eventuali cambiamenti nella sua evoluzione.

Fra gli effetti che avranno le modifiche apportate ai criteri di McDonald, ci sarà quello di rendere ancora più efficace e precoce la diagnosi. Inoltre, attribuendo maggiore peso alle lesioni non sintomatiche, si rinforza il concetto della malattia che progredisce anche quando non si manifesta e, per questo, va trattata con continuità.

Tommaso Sacco

Fonte: Medscape

Source: Fondazione Serono SM

L’allenamento progressivo contro resistenza ha effetti sulle evidenze della risonanza magnetica?

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Un gruppo di esperti danesi ha valutato se un tipo di esercizio fisico, denominato allenamento progressivo contro resistenza, aveva effetti sui riscontri ottenuti con la risonanza magnetica, nei malati di sclerosi multipla.

Gli autori dello studio sono partiti dalla considerazione che precedenti ricerche avevano dimostrato che l’allenamento progressivo contro resistenza, un tipo specifico di esercizio fisico era stato in grado di contrastare l’atrofia del cervello in malattie diverse dalla sclerosi multipla. Per questo hanno ritenuto interessante studiarne l’efficacia anche in questa condizione. Sono stati arruolati nella ricerca 35 malati con sclerosi multipla recidivante remittente e sono stati suddivisi in due gruppi. Uno è stato sottoposto ad allenamento progressivo contro resistenza, sotto la guida di un istruttore, per 24 settimane, per poi proseguire gestendo autonomamente l’attività fisica. L’altro gruppo, per le prime 24 settimane ha mantenuto le abitudini di vita consuete, per poi essere sottoposto al programma di allenamento progressivo contro resistenza. Sono state valutate una serie di variabili che andavano, dalle evidenze fornite dalla risonanza magnetica, a riscontri clinici, a scale di misurazione della funzionalità fisica e della disabilità. I risultati hanno dimostrato il miglioramento di un punteggio standardizzato indicativo della funzionalità fisica, mentre non si sono rilevati cambiamenti della ESS, della quantità di lesioni al cervello e del volume globale di questo organo. La percentuale di modificazione del volume del cervello e lo spessore della corteccia cerebrale sono stati diversi nei due gruppi al termine dello studio. In particolare, cambiamenti dello spessore della corteccia sono stati riscontrati nelle seguenti aree del cervello: giro cingolato anteriore, polo temporale, solco orbitale e solco temporale inferiore.

Gli autori hanno concluso che l’allenamento progressivo contro resistenza ha dimostrato, nel loro studio, di aumentare, in alcune aree del cervello, lo spessore della corteccia cerebrale. Essi hanno anche formulato l’ipotesi che tale effetto sia dovuto a meccanismi di neuro-protezione o, addirittura, di neuro-rigenerazione, cioè di formazione di tessuto nervoso “nuovo”. D’altra parte, questo tipo di attività fisica non ha impedito la formazione di nuove lesioni. La dimensione limitata della casistica rende queste evidenze preliminari e altre ricerche le dovranno confermare.

Tommaso Sacco

Fonte: Can resistance training impact MRI outcomes in relapsing-remitting multiple sclerosis? Multiple Sclerosis, 2017 Jul 28.

Source: Fondazione Serono SM

Il punto sulle attuali prospettive di impiego delle cure con cellule staminali

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La rivista Lancet (in italiano “bisturi”) ha creato una Commissione, composta da esperti di livello mondiale di ricerca sulle cellule staminali, per fare il punto sulle acquisizioni disponibili e sulle prospettive future. Della Commissione hanno fatto parte anche diversi specialisti italiani.

Nel documento che è stato prodotto, si dichiara che una combinazione di scarso livello scientifico, oscuri modelli di finanziamento, speranze non realistiche e manovre di istituzioni private prive di scrupoli, ha finito per costituire una minaccia per la cosiddetta medicina rigenerativa. Questa consiste in quella branca della medicina che si propone, tra l’altro, di utilizzare le cellule staminali nel trattamento di malattie gravi, fra le quali la sclerosi multipla. Per i motivi sopra indicati, la Commissione ritiene che, se si vuole realmente tradurre l’attuale utilizzo delle cure con cellule staminali in una pratica clinica diffusa, bisogna ripensare le basi stesse della ricerca in questo campo. Per decenni, l’uso delle cellule staminali è stato limitato ai trapianti di midollo indicati in varie malattie del sangue e un altro approccio di medicina rigenerativa è consistito nei trapianti di pelle eseguiti nei grandi ustionati. In tempi più recenti, si è assistito ad una crescita esponenziale della proposta di cure di Medicina rigenerativa in un ampio ventaglio di malattie, con risultati che sono andati dalla risoluzione di patologie prima incurabili, alla totale inefficacia. Allo stato attuale dell’evoluzione della ricerca in questo campo ci si trova di fronte a costi elevatissimi da affrontare, per rendere disponibile alla più ampia casistica possibile trattamenti efficaci basati sull’impiego delle cellule staminali. Nonostante i successi ottenuti siano limitati, per il momento, a poche indicazioni, ci continuano a essere ottimismo ed entusiasmo per effetti potenziali, ma non ancora dimostrati. A “gonfiare” le speranze su queste cure contribuiscono i mezzi di comunicazione. Tutto questo fa sì, però, che si venga a creare una separazione fra le aspettative di persone affette da malattie gravi, come ad esempio, la sclerosi multipla, e le reali prospettive di successo nella pratica medica. In questo scenario viene data grande risonanza anche a casi singoli o a dati relativi a studi eseguiti senza il dovuto rigore. A questo consegue che malati disposti a dare credito a qualsiasi promessa, anche infondata, per recuperare un buono stato di salute, vadano incontro a possibili delusioni. Tutto ciò fino a quando, i risultati di studi clinici eseguiti con metodi rigorosi e su casistiche sufficientemente ampie non forniscano le necessarie conferme.

Tommaso Sacco

Fonte: Stem cells and regenerative medicine; The Lancet, October 4, 2017

Source: Fondazione Serono SM

Può una commozione cerebrale aumentare il rischio di sclerosi multipla?

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Le lesioni alla testa posso essere collegate allo sviluppo della SM? Diverse ricerche hanno avuto risultati contrastanti. Un team di ……
Source: AISM-News dalla Ricerca Scientifica