Una ricerca dell’Istituto di Neurobiologia Max Planck ha analizzato i batteri di coppie di gemelli, uno con SM e uno ……
Source: AISM-News dalla Ricerca Scientifica
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All’interno dell’evento di divulgazione scientifica più grande al mondo che porta gratuitamente la scienza nei pub di tutta Italia quest’anno ……
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Dal 22 al 28 aprile 2017 si è svolto a Boston, Massachusetts, Stati Uniti il Congresso dell’American Academy of Neurology (abbreviato AAN, in italiano Accademia Americana di Neurologia). Pur riguardando tutta la neurologia, l’ampio spazio dedicato alla sclerosi multipla fa di questo Congresso uno dei due più importanti eventi scientifici mondiali nei quali presentare i risultati di ricerche sulla sclerosi multipla. La Fondazione Cesare Serono, selezionando alcuni degli abstract pubblicati nel sito dell’evento, proporrà aggiornamenti sugli studi presentati, suddivisi per argomento. Il primo di tali aggiornamenti riguarda la relazione fra alimentazione, ambiente e microbiota sulla sclerosi multipla.
Esperti degli Stati Uniti hanno presentato i risultati di un’inchiesta, eseguita su migliaia di malati di sclerosi multipla, per registrare alcuni aspetti della loro alimentazione abituale. In particolare, si sono raccolte informazioni sull’assunzione di: verdure e legumi, latticini e calcio, zuccheri aggiunti ai cibi, cerali integrali e fibre alimentari, carne rossa e carni conservate. Il 68% dei partecipanti all’indagine, vale a dire 7418 malati di sclerosi multipla, assumeva una media di: due tazze e mezzo (corrispondenti a un volume di circa 700 cc) di verdure e legumi, 733 mg di calcio da alimenti, 16 gr di fibra alimentare, 1.2 coppe (340 cc) di latticini, 9.5 cucchiaini di zucchero aggiunto e 0.5 porzioni di carne rossa o prodotti conservati a base di carne. I soggetti che assumevano maggiori quantità di verdure e legumi erano di razza bianca e avevano minori probabilità di essere sovrappeso. I malati con forme progressive hanno dichiarato di consumare più verdura e legumi e meno latticini di quelle con sclerosi multipla recidivante remittente. Gli autori della ricerca hanno concluso che i risultati ottenuti indicano una relazione fra caratteristiche della malattia e alimentazione e suggeriscono di valutare, in futuro, gli effetti dei cibi sull’andamento della malattia e sui sintomi. In un latro studio, Fitzgerald e colleghi hanno esaminato gli effetti di diversi tipi di dieta con riduzione delle calorie introdotte su peso, massa grassa e massa magra e quantità di tessuto adiposo localizzato all’addome, in malati di sclerosi multipla. I tre schemi di alimentazione considerati prevedevano: una riduzione costante giornaliera delle calorie (-22% al giorno rispetto all’alimentazione abituale), un’alternanza fra giorni senza restrizione delle calorie e giorni (2 alla settimana) con riduzione del 75% delle stesse, rispetto all’alimentazione abituale, e il mantenimento di un’introduzione di calorie senza limitazioni particolari. Ambedue le diete con restrizione delle calorie hanno indotto una diminuzione media di 3.4 kg di peso corporeo e 0.1 kg di tessuto adiposo addominale nelle otto settimane di osservazione. Non si sono ottenute variazioni sensibili delle altre variabili considerate.
Vari studi hanno analizzato gli effetti di alcuni specifici componenti della dieta sui meccanismi o sull’andamento clinico della malattia. Duscha e colleghi, ad esempio, hanno dimostrato che il propionato, molecola derivata da un acido grasso a catena corta, modifica il numero e la funzione dei linfociti T, nei malati di sclerosi multipla, creando le premesse per una riduzione dell’intensità dell’infiammazione. Tali evidenze sono coerenti con i risultati di studi eseguiti dallo stesso gruppo, in modelli animali. Aguera-Morales e colleghi hanno verificato gli effetti dell’olio di oliva su un modello animale di sclerosi multipla, in particolare valutando il suo effetto sullo stress ossidativo. I dati ottenuti suggeriscono effetti positivi e protettivi dell’olio di oliva nei confronti dei meccanismi di danno caratteristici del modello sperimentale utilizzato. Un gruppo internazionale di ricercatori ha invece preso in considerazione gli effetti del consumo di sale sul microbiota intestinale e sulla funzione del sistema immunitario. I risultati ottenuti hanno confermato che, nel modello animale impiegato, elevate quantità di sale peggiorano l’andamento dell’infiammazione. Un gruppo di ricercatori statunitensi ha valutato possibili relazioni fra la concentrazione di vitamina A nel sangue e i livelli di EDSS o il volume delle lesioni osservate con la risonanza magnetica, in malati che avevano valori normali di vitamina D. L’EDSS non ha mostrato rapporti con i livelli di vitamina A, ma si è osservata una tendenza ad avere un ridotto volume di lesioni associato a concentrazioni più alte di vitamina A. Gli autori hanno interpretato tale dato come un possibile effetto protettivo della vitamina A. Camu e colleghi hanno presentato i risultati di una ricerca nella quale si è valutato l’effetto dell’associazione della vitamina D con l’interferone beta-1a alla dose di 44 μg tre volte alla settimana. Centoventinove malati sono stati suddivisi in due gruppi, uno trattato con interferone e vitamina D e l’altro con interferone e placebo. Si è ottenuto un potente effetto di riduzione delle recidive, del 60%, nei soggetti che hanno completato la ricerca. La differenza, rispetto al gruppo di controllo, non è stata statisticamente significativa per la ridotta frequenza di recidive ottenuta in quest’ultimo gruppo. Una ricerca simile è stata eseguita da un gruppo internazionale di ricercatori del quale faceva parte anche un esperto italiano. Pure in questo caso, tutti i soggetti inclusi ricevevano il trattamento con interferone, precedentemente descritto, al quale veniva associata vitamina D o placebo nei due gruppi di trattamento. Non tutti gli obiettivi previsti dal protocollo sono stati raggiunti, ma si è rilevato, in generale, un migliore andamento della malattia. Un’altra ricerca ha riguardato gli effetti della produzione e del metabolismo della vitamina D sul rischio di sviluppare sclerosi multipla. Si è rilevato che una maggiore esposizione ai raggi solari nel corso della vita riduce il rischio di sviluppare sclerosi multipla, indipendentemente dai livelli di 25-idrossi-vitamina D nel sangue.
Un gruppo di ricercatori degli Stati Uniti ha preso in considerazione alcuni fattori di rischio di sviluppo della sclerosi multipla pediatrica. In particolare, ha puntato l’attenzione sulla carenza della vitamina D su variazioni dei geni che potessero condizionare il metabolismo di questa vitamina e su precedenti infezioni virali riscontrabili nella storia del malati. I risultati preliminari indicherebbero che precedenti infezioni da virus di Epstein-Barr e da virus dell’Herpes aumentino il rischio di sviluppo di sclerosi multipla pediatrica. Lo stesso andamento del rischio si è associato a ridotte concentrazioni di 25-idrossi-vitamina D. Inoltre, all’aumentare di 1 ng la concentrazione nel sangue di 25-idrossi-vitamina D, corrispondeva una diminuzione del 3% del rischio di sviluppare la malattia. Altri autori hanno confermato un forte legame fra infezione da virus di Epstein-Barr e maggiore rischio di sviluppo della sclerosi multipla. Una relazione inversa si è osservata fra infezione da Citomegalovirus e rischio. Quest’ultima evidenza, secondo i ricercatori, potrebbe supportare “l’ipotesi dell’igiene” come fattore di predisposizione alla sclerosi multipla, ma i dati raccolti non sono conclusivi in merito. Ricercatori dell’Arabia Saudita hanno analizzato l’impatto di diversi fattori ambientali sulla probabilità di sviluppare la sclerosi multipla e sono giunti alla conclusione che la frequente esposizione al sole e il consumo di frutta sono protettivi, mentre l’obesità aumenta il rischio che la malattia si presenti. Palacios e colleghi hanno valutato l’impatto dell’inquinamento atmosferico, senza dimostrare effetti sul rischio di sviluppo di sclerosi multipla. Infine, Marrie e colleghi hanno analizzato, in maniera retrospettiva, gli effetti del ricovero in ospedale dei malati di sclerosi multipla sul successivo andamento della malattia. I risultati hanno dimostrato che la disabilità dovuta alla sclerosi multipla tende a peggiorare dopo il ricovero, a prescindere dal fatto che quest’ultimo sia dovuto alla sclerosi multipla o ad altre cause.
Passando dall’ambiente esterno a quello interno all’organismo Dedelcu e colleghi hanno dimostrato che, nel microbiota dei soggetti con elevata attività della malattia, ci sono tipi particolari di batteri anche, se le evidenze raccolte, non permettono, ad oggi, di pianificare cure che agiscono su tale fattore.
Tommaso Sacco
Fonte: AAN
Source: Fondazione Serono SM
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La cura della sclerosi multipla con farmaci che riducono l’attività della malattia può comportare un rimbalzo dell’attività della stessa alla sospensione del trattamento. Un gruppo di ricercatori svedesi ha confrontato la frequenza di tale fenomeno dopo la somministrazione di natalizumab e di DMD di prima linea.
L’intensità dell’attività dell’infiammazione è uno dei fattori sui quali si basa la scelta della terapia della sclerosi multipla recidivante remittente. Da alcuni anni, nei casi in cui l’attività era particolarmente intensa, la scelta degli specialisti è caduta sul natalizumab. D’altra parte, vari studi hanno rilevato che, alla sospensione del farmaco si può verificare, con frequenza variabile, un “rimbalzo” (rebound) dell’attività della malattia che può raggiungere livelli superiori a quelli osservati prima dell’inizio della cura. Fagius e colleghi hanno valutato questo fenomeno in soggetti ai quali è stato somministrato il natalizumab e in altri curati con di DMD di prima linea. Fra questi ultimi trattamenti rientrano gli interferoni e il glatiramer acetato. Quindici soggetti con sclerosi multipla che avevano ricevuto natalizumab per più di cinque anni senza mostrare segni clinici o radiologici di attività dell’infiammazione, hanno sospeso la cura e sono stati seguiti con visite e risonanze magnetiche. In questo modo è stata verificata l’eventuale ripresa dell’infiammazione. Le evidenze raccolte in questo gruppo sono state confrontate con i dati, presenti nell’archivio del Centro, di 55 malati nei quali, nel periodo 1998-2015, era stato sospeso un DMD di prima linea, dopo che, con tale trattamento, si era ottenuto un adeguato controllo dell’attività della malattia. I soggetti del gruppo del natalizumab sono stati seguiti per una media di 19 mesi, mentre controlli per un periodo di 56 mesi erano disponibili per gli altri. Il fenomeno del rebound si è presentato nella maggior parte, cioè nei due terzi, delle persone nelle quali era stato sospeso il natalizumab. In nessuno dei soggetti trattati in precedenza con DMD di prima linea si è verificato, alla sospensione, un rebound e una lieve recidiva dell’attività si è rilevata nel 35% dei casi.
Gli autori hanno concluso che la sospensione di un DMD di prima linea, dopo somministrazione prolungata in malati di sclerosi multipla di mezz’età con attività stabile della malattia, si è dimostrata relativamente sicura. Con il natalizumab, in un gruppo di soggetti con caratteristiche simili, la frequenza di rebound è stata tale da suggerire la somministrazione di un altro farmaco, una volta interrotto il natalizumab. Data la limitata numerosità della popolazione valutata in questo studio, ricerche simili, su più ampie casistiche, dovranno confermare le evidenze raccolte.
Tommaso Sacco
Source: Fondazione Serono SM
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