Un maggiore consumo di carne rossa è associato a un rischio ridotto di demielinizzazione nel sistema nervoso centrale

Un maggiore consumo di carne rossa è associato a un rischio ridotto di demielinizzazione nel sistema nervoso centrale

riccardoroggeri_s9ft787h No Comments

Uno studio eseguito in Australia su un’ampia
casistica ha cercato possibili relazioni fra il consumo di carne rossa non
lavorata e rischio di formulazione di una prima diagnosi clinica di patologie
da demielinizzazione nel sistema nervoso centrale. I risultati hanno indicato
che un maggiore consumo di questo tipo di alimento si è associato a una
riduzione del 19% del rischio di una prima diagnosi di patologie da
demielinizzazione.

La relazione fra alimentazione e sclerosi multipla è da tempo al centro dell’attenzione dei malati e degli specialisti che lavorano in questo campo. Fra le molte diete con ipotetici obiettivi curativi proposte per le persone con sclerosi multipla ce n’è stata anche una priva di carne rossa. Per questo come per altri programmi di alimentazione via via suggeriti, non si sono mai raccolte conferme definitive circa l’efficacia. Black e colleghi hanno ricercato eventuali relazioni fra il consumo di carne rossa non lavorata e la formulazione di una prima diagnosi di lesioni da demielinizzazione nel sistema nervoso centrale. Il riscontro di danni di questo tipo costituisce un primo passo verso una diagnosi di sclerosi multipla. I dati analizzati sono stati ricavati dalle informazioni raccolte con questionari specifici compilati dal 2003 al 2006 in uno studio denominato Ausimmune. Sono stati utilizzati particolari metodi statistici per definire eventuali relazioni fra alimentazione e diagnosi di demielinizzazione. Sulla base dei risultati dei questionari è stato calcolato l’introito di carni rosse lavorate e non lavorate espresso come grammi per 1000 di introito al giorno. Duecentocinquanta casi di consumatori di carne rossa non lavorata sono stati confrontati con 439 controlli e 248 casi di persone che assumevano abitualmente carne lavorata sono stati paragonati a 435 controlli. Le analisi statistiche hanno tenuto conto della presenza nella storia clinica dei soggetti che hanno ricevuto la diagnosi di lesioni da demielinizzazione di: precedenti infezioni da mononucleosi, concentrazioni nel sangue di vitamina D, abitudine al fumo, razza, livello di istruzione, Indice di Massa Corporea ed errori nel riportare le caratteristiche della dieta. Questa procedura di analisi è stata utilizzata per evitare che altri fattori di rischio interferissero con la definizione della relazione fra consumo di carne e comparsa delle lesioni. A un maggior consumo di carne rosse non lavorata, calcolata in 22 grammi per 1000 kcal al giorno si è associata, nel totale della casistica, una riduzione del 19% della probabilità di ricevere una diagnosi di lesioni da demielinizzazione (rapporto di probabilità corretto 0.81, intervallo di confidenza al 95% 0.68-0.97; p=0.02). La definizione “rapporto di probabilità corretto” si riferisce al fatto che, con specifici metodi statistici, è stato isolato l’effetto di un fattore, in questo studio l’assunzione di carne rossa, rispetto ad altri che avrebbero potuto influire sullo stesso esito, vale a dire lo sviluppo del danno da demielinizzazione. In sostanza, la “correzione” aumenta la robustezza e il valore del dato. Riportando la stessa relazione a ciascun sesso, si è osservato che nelle femmine la riduzione del rischio è stata del 26% (rapporto di probabilità corretto 0.74, intervallo di confidenza al 95% 0.60-0.92; p=0.01). Nei maschi l’associazione fra maggiore consumo di carne rossa non lavorata e lesioni da demielinizzazione non è stata significativa. Gli autori non hanno individuato relazioni statisticamente significative fra introito di carni rosse lavorate e probabilità di diagnosi di danni da demielinizzazione.

Nelle conclusioni gli autori auspicano che si eseguano in futuro ricerche per definire quali componenti dell’alimentazione ricca di carne rossa non lavorata determinano la riduzione del rischio di sviluppo di lesioni da demielinizzazione.       

Tommaso Sacco         

Fonte: Higher Non-processed Red Meat Consumption Is Associated With a Reduced Risk of Central Nervous System Demyelination; Frontiers in Neurolology, 10:125.

Source: Fondazione Serono SM

Rischio di ictus nelle persone con sclerosi multipla

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Una revisione sistematica della letteratura con metanalisi ha
valutato il rischio di ictus nelle persone con sclerosi multipla. I risultati
hanno indicato che, rispetto alla popolazione generale, il rischio è maggiore,
in particolare per quanto riguarda le forme nelle quali è l’ischemia a
provocare il danno.

La sclerosi multipla è una causa frequente di disabilità e
l’ictus è all’origine sia di disabilità, che di decesso, in tutte le aree del
Mondo. L’eventuale relazione fra queste due malattie non è stata chiarita e ciò
impedisce di mettere in atto misure preventive e cure specifiche che riducano
la mortalità e la morbilità dovute all’ictus. Gli obiettivi degli autori della
revisione della letteratura sono stati quello di stimare il rischio di ictus per
le persone con sclerosi multipla e quello di mettere insieme i risultati degli
studi che hanno analizzato tale relazione per trarne indicazioni utili nella
pratica clinica. Sono state eseguite ricerche sistematiche di letteratura
scientifica nei maggiori archivi internazionali e in quelli relativi al Paese
dove operano gli autori dell’articolo: la Cina. L’intervallo di date coperto
dalle ricerche è stato quello compreso fra il gennaio 1983 e il maggio 2015 e
non sono state poste condizioni vincolanti riguardo alla lingua nella quale era
stato scritto l’articolo. La casistica analizzata nella revisione è consistita
in soggetti adulti affetti da sclerosi multipla. Specifici programmi di calcolo
e metodi statistici sono stati applicati per stimare il rischio di sviluppo di
ictus e per verificare l’eterogeneità dei dati e la sensibilità delle analisi
eseguite. Sulla base dei criteri di selezione prestabiliti, sono stati
individuati 9 studi, per una casistica totale di oltre 320.000 soggetti.
Durante i diversi periodi di osservazione applicati nelle ricerche, le persone
con sclerosi multipla hanno avuto sempre un rischio ictus maggiore. Il rischio
relativo a 1 anno è stato di 3.48 (intervallo di confidenza al 95% 1.59-7.64;
p=0.002) e quello su 10-13 anni di osservazione è stato di 2.45 (intervallo di
confidenza al 95% 1.90-3.16; p<0.00001). La frequenza totale di ictus di
qualsiasi tipo osservata nei malati di sclerosi multipla è stata più elevata,
rispetto a vari gruppi di confronto. Ad esempio, rispetto alla popolazione
anziana, il rischio relativo è stato di 2.0 (intervallo di confidenza al 95%
1.19-3.38; p=0.009) e rispetto alla popolazione generale di tutte le età il
rischio relativo è stato di 2.93 (intervallo di confidenza al 95% 1.13-7.62;
p=0.03). Inoltre, la frequenza dell’ictus provocato da ischemia è stata
particolarmente elevata nella casistica con sclerosi multipla, rispetto a
quella non affetta dalla malattia: rischio relativo 6.09 (intervallo di
confidenza al 95% 3.44-10.77; p<0.00001).

Nelle conclusioni gli autori sottolineano che, rispetto alla
popolazione generale, i malati di sclerosi multipla hanno un rischio di
sviluppare ictus di qualsiasi tipo superiore di quasi tre volte e di presentare
quello di tipo ischemico di più di sei volte maggiore. La robustezza delle
evidenze è confermata dall’inclusione dell’analisi di dati relativi a soggetti
di varia età e di ambedue i sessi. Infine gli autori suggeriscono che
dovrebbero essere poste in atto precocemente misure di prevenzione e cure per
prevenire gli ictus o migliorarne gli esiti.

Tradotti in termini pratici, i risultati della revisione della letteratura non devono essere fonte di ulteriore preoccupazione per i malati di sclerosi multipla, ma piuttosto dovrebbero suggerire approcci mirati, che prevengano gli ictus.

Tommaso Sacco

Fonte: Multiple sclerosis and stroke: a systematic review and meta-analysis BMC Neurology 2019; 19:139.

Source: Fondazione Serono SM

Individuati effetti sulle cellule del sistema immunitario che contribuiscono a spiegare l’efficacia clinica della cladribina

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Uno studio ha valutato gli effetti sui linfociti T e B della somministrazione delle compresse di cladribina a persone con sclerosi multipla, per periodi superiori a due anni. I risultati hanno individuato alcune modificazioni relative a queste cellule che, secondo gli autori, contribuiscono a spiegare l’efficacia clinica della molecola.

Dal marzo 2019, la cladribina è rimborsata dal
Sistema Sanitario Nazionale per il trattamento di malati adulti con sclerosi
multipla recidivante remittente ad elevata attività, definita sulla base di
riscontri clinici e di evidenze raccolte con la risonanza magnetica. Si è reso
quindi disponibile anche in Italia un prodotto che ha seguito un lungo percorso
di valutazione, che ha permesso la raccolta di una grande mole di dati. La
cladribina, alla dose cumulativa di 3.5 mg per chilogrammo di peso corporeo in
2 anni, ha determinato effetti clinici significativi, sia in termini clinici
che per quanto riguarda le evidenze raccolte con la risonanza magnetica, in
malati con Sindrome Clinicamente Isolata o con sclerosi multipla recidivante
remittente. Stuve e colleghi hanno eseguito una ricerca per valutare gli
effetti del farmaco, somministrato alla dose sopra riportata, sui vari
sotto-tipi di linfociti che sono coinvolti nello sviluppo e nell’evoluzione del
danno che la sclerosi multipla determina a carico del sistema nervoso centrale.
Le modificazioni delle quantità e delle proporzioni reciproche fra i diversi
tipi di linfociti sono state valutate, nei diversi studi clinici, a 5, 13, 24 e
48 mesi dall’inizio del trattamento. I risultati ottenuti hanno dimostrato che,
in tutte le ricerche cliniche, si sono verificate modificazioni, costanti e
confrontabili, di alcune cellule del sistema immunitario. In particolare si
sono verificate: una rapida riduzione dei linfociti Natural Killer del
sotto-tipo CD16+/CD56+, con un minimo a 5 settimane, una diminuzione più
marcata del sotto-tipo CD19+ dei linfociti B, con minimo a 13 settimane, e, per
quanto riguarda i linfociti T, riduzioni meno marcate del sotto-tipo CD4+,
minimo a 13 settimane e del sotto-tipo CD8+, minimo a 24 settimane. Si sono
osservati effetti marginali su granulociti neutrofili o monociti. Il ristabilimento
del numero dei diversi sotto-tipi di linfociti dei quali si è osservata la
riduzione, inizia dopo il trattamento con cladribina 3.5 mg. In uno studio
clinico, in particolare, è stata valutata la proporzione fra i sotto-tipi di
linfociti T “nativi”, vale a dire non ancora programmati nei confronti di un
determinato antigene, e quelli programmati verso un antigene. Sul totale dei
linfociti T del sotto-tipo CD4+, si è verificata una riduzione dei linfociti T
regolatori nativi e un aumento dei linfociti T regolatori con memoria.

Nelle conclusioni, gli autori hanno sottolineano che i risultati ottenuti hanno dimostrato la selettività relativa dell’effetto della cladribina nei confronti dei linfociti, rispetto a granulociti neutrofili, monociti e linfociti Natural Killer. Nei confronti di questi ultimi, in particolare, l’azione è solo transitoria. Tali evidenze contribuiscono a spiegare l’efficacia clinica del farmaco e anche la ridotta frequenza di alcuni effetti indesiderati che si verificano più spesso con altri farmaci a effetto immunosoppressore.   

Tommaso Sacco

Fonti

Source: Fondazione Serono SM

Sclerosi multipla secondariamente progressiva: un programma per ridurre le cadute

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In Gran Bretagna è stato eseguito uno studio per valutare l’efficacia
di un programma per ridurre le cadute e rendere più sicura la mobilità
delle persone con sclerosi multipla secondariamente progressiva. I
risultati hanno suggerito che le procedure valutate sono applicabili e
accettate dai malati.

Problemi di equilibrio, difficoltà
di movimento e cadute sono problemi frequenti dei malati di sclerosi
multipla. Gunn e colleghi hanno sviluppato un programma di
riabilitazione denominato BRiMS (in inglese Balance Right in MS,
traducibile in giusto bilanciamento nella sclerosi multipla), della
durata di 13 settimane, nelle quali si eseguono esercizi e si apprendono
informazioni utili a migliorare l’equilibrio e a rendere sicura la
mobilità. I partecipanti sono stati assegnati, mediante randomizzazione,
a 2 gruppi, dei quali uno ha utilizzato il programma BRiMS e l’altro è
stato seguito con un protocollo di assistenza tradizionale. Valutazioni
in cieco sono state eseguite all’inizio della ricerca e dopo 15 e 27
settimane. L’analisi statistica è stata di tipo descrittivo, come sempre
succede negli studi di fattibilità. Quattro Centri della Gran Bretagna
hanno arruolato persone con una diagnosi confermata di sclerosi multipla
secondariamente progressiva, con un punteggio della EDSS ≥ 4.0 e ≤ 7.0 e
con un’anamnesi positiva per 2 o più cadute nei 6 mesi precedenti. Le
principali variabili considerate sono state: applicabilità delle
procedure, impatto sulla sclerosi multipla, mobilità, qualità della vita
e cadute. Inoltre, sono state valutati gli aspetti economici
dell’utilizzo del programma BRiMS. Hanno partecipato alla ricerca 56
malati di sclerosi multipla secondariamente progressiva, di età media
59.7 anni, per il 66% di sesso femminile e con un valore mediano di EDSS
di 6.0. Di essi, 30 sono stati inclusi nel gruppo che ha previsto
l’applicazione del programma BRiMS, 11 in totale nei due gruppi sono
stati esclusi o non sono tornati ai controlli. Le caratteristiche di
tutti i malati considerati erano simili all’inclusione. La valutazione
delle variabili primarie e secondarie, comprese quelle economiche, hanno
avuto una percentuale di completezza superiore al 98%, mentre i
riscontri circa le cadute sono stati disponibili solo per il 62%. Dopo
aver corretto i dati considerando il punteggio al basale, le differenze
fra i gruppi al controllo della ventisettesima settimana hanno
evidenziato una riduzione del punteggio della scala del cammino della
sclerosi multipla di 7.7 punti (intervallo di confidenza al 95% da -17.2
a 1.8), un punteggio della scala dell’impatto della sclerosi multipla
(MSIS-29vs2) dello 0.6% (intervallo di confidenza al 95% da -7.8 a 9.0) e
una riduzione del MSIS-29vs2 riferito agli aspetti psicologici di 0.4
(intervallo di confidenza al 95% da -9.9 a 9.0). Un totale di 715 cadute
è stato registrato nelle 27 settimane di osservazione. Di queste, 101
(14%) hanno provocato danni. I riscontri qualitativi hanno indicato che
l’applicazione delle procedure e l’impegno dei partecipanti sono stati
accettabili e i partecipanti hanno sottolineato di aver percepito
miglioramenti fisici e comportamentali dopo l’applicazione del programma
BRiMS. Il coinvolgimento è variato da un partecipante all’altro in base
a fattori relativi alla malattia e al contesto, ma sono stati messi in
luce aspetti utili a migliorare efficacia e accessibilità del BRiMS.

Nelle conclusioni gli autori hanno suggerito che le procedure applicate sono fattibili e accettabili e che l’impegno dedicato e la percentuale di completamento del programma sono stati tali da soddisfare le aspettative.

Tommaso Sacco

Fonte: A self-management programme to reduce falls and improve safe mobility in people with secondary progressive MS: the BRiMS feasibility RCT; Health Technology Assessment Volume: 23, Issue: 27, Published in June 2019.

Source: Fondazione Serono SM

Una ricerca ha valutato l’associazione fra espressione del volto e scelte terapeutiche degli specialisti della sclerosi multipla

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Un gruppo internazionale di ricercatori ha valutato
la relazione fra l’espressione che assume il volto degli specialisti della
sclerosi multipla nel momento in cui prendono decisioni sulle cure e le scelte
operate riguardo a queste ultime. I risultati hanno indicato che alcune
espressioni, come aggrottare le sopracciglia e arricciare il naso, sono
associate alle scelte terapeutiche.

Le emozioni giocano un ruolo importante al momento
di prendere qualsiasi tipo di decisione e questo vale anche per quelle che
prende uno specialista della sclerosi multipla riguardo alle cure da
prescrivere al suo assistito. Una possibile “finestra” sulle emozioni può
essere l’osservazione delle espressioni del volto. Saposnik e colleghi hanno
eseguito una ricerca per valutare la relazione fra le emozioni e gli stati
d’animo dei medici e l’inerzia terapeutica nell’assumere decisioni sulle cure.
Per inerzia terapeutica si è intesa la tendenza a iniziare la terapia o a
procedere con l’approccio incrementale, vale a dire con l’aumento le dosi di un
farmaco o con il passaggio a un farmaco più potente. L’inerzia terapeutica non
è un atteggiamento negativo in assoluto, in quanto passare all’approccio
incrementale può voler dire impiegare trattamenti più aggressivi e con maggiori
rischi di effetti collaterali, ma lo può diventare se la malattia richiede una
cura più potente, che invece non viene prescritta. Nello studio, le espressioni
del volto e gli stati d’animo sono stati estrapolati in base all’attività dei
muscoli del volto e delle espressioni assunte dal viso. In tutto il Canada sono
stati invitati a partecipare alla ricerca 38 neurologi specializzati nella
gestione della sclerosi multipla. A questi medici sono state poste domande
riguardo alla loro pratica clinica, alla loro avversione all’ambiguità nel
prendere le decisioni e, con loro, sono stati simulati 10 casi clinici “tipo”. L’avversione
all’ambiguità è un concetto con il quale si esprime la tendenza di una persona
a preferire una scelta che comporta un rischio, ma non ha aspetti ambigui,
rispetto a un’altra meno rischiosa, ma più ambigua. Con una strumentazione
apposita è stata registrata l’attivazione dei muscoli del volto e,
parallelamente, sono state annotate le espressioni assunte dal viso, mentre gli
specialisti operavano scelte riguardo alle cure. Saposnik e colleghi, per
rendere il più attendibile possibile i risultati della ricerca, hanno impiegato
specifici programmi che associavano l’attivazione dei muscoli a espressioni del
volto indicative di emozioni, come disgusto, paura, sorpresa e altre ancora.
Specifici metodi statistici sono stati usati per mettere in relazione
l’avversione all’ambiguità, la registrazione dell’attivazione dei muscoli, le
espressioni del volto e l’inerzia terapeutica. L’89.4% dei neurologi ha
completato lo studio, l’età media è stata di 44.6 ± 11.5 anni, per il 38.3%
erano femmine e per il 58.8% si sono definiti specialisti della sclerosi
multipla. Nel complesso il 50% ha mostrato l’inerzia terapeutica almeno in un
caso clinico e il punteggio medio dell’inerzia terapeutica è stato di 0.74 ±
0.90. Diciannove medici (55.9%) hanno avuto un’avversione all’ambiguità
nell’ambito delle decisioni relative alla spesa per le cure. L’analisi
statistica che ha tenuto conto di età, sesso e esperienza nella gestione della
sclerosi multipla ha dimostrato che l’ambiguità relativa alla spesa per le cure
era associata all’inerzia terapeutica (rapporto di probabilità 1.56, intervallo
di confidenza  al 95%: 1.32-1.86). Questo
dato statistico esprime il concetto che la tendenza a non passare a cure più
potenti è influenzata da considerazioni che riguardano i costi che esse
comportano. Le registrazioni delle attivazioni dei muscoli più comuni sono
state: apertura della bocca (23.4%), aggrottamento delle sopracciglia (20.9%),
inarcamento delle sopracciglia (17.6%) e spalancamento degli occhi (13.1%). Le
espressioni del volto osservate più di frequente sono state: paura (5.1%),
disgusto (3.2%), tristezza (2.9%), e sorpresa (2.8%). Impiegando un metodo
statistico che ha tenuto conto di età, sesso e esperienza del medico, si è
rilevato che l’aggrottamento delle sopracciglia (rapporto di probabilità 1.04,
intervallo di confidenza  al  95%: 1.03-1.09) e il succhiamento del labbro
(rapporto di probabilità 1.06, intervallo di confidenza  al  95%:
1.01-1.11) erano più frequenti quando si verificava l’inerzia terapeutica,
mentre l’innalzamento del labbro (rapporto di probabilità 0.30, intervallo di
confidenza  al  95%: 0.15-0.59) e l’innalzamento del mento
(rapporto di probabilità 0.90, intervallo di confidenza  al  95%:
0.83-0.98) si sono presentati più di frequente se non c’era inerzia terapeutica.
Per quanto riguarda le espressioni del volto, disgusto e sorpresa si sono
associati a un minor punteggio di inerzia terapeutica (disgusto p<0.001;
sorpresa: p=0.008) e a una più bassa frequenza di inerzia terapeutica (rapporto
di probabilità per il disgusto 0.14, intervallo di confidenza al 95%: 0.03-0.65;
rapporto di probabilità per la sorpresa 0.66, intervallo di confidenza al  95%: 0.47-0.92). Un’ulteriore analisi dei dati
ha dimostrato che l’aggrottamento delle sopracciglia è stato in grado di
spiegare nel 21.2% dei casi (intervallo di confidenza al 95%: 14.9%-38.9%)
l’associazione fra avversione per l’ambiguità e inerzia terapeutica. La seconda
espressione, in ordine di frequenza (12.8%), a spiegare tale associazione è
stato l’arricciamento del naso (intervallo di confidenza al 95%: 8.9%-23.4%).
Allo stesso modo l’espressione del disgusto è stata quella che ha spiegato la
riduzione dell’effetto dell’avversione verso l’ambiguità sull’inerzia
terapeutica: -13.2% intervallo di confidenza  al 95%: da -9.2% a -24.3%.

Nelle conclusioni gli autori hanno sottolineato che
l’inerzia terapeutica è stata rilevata in metà dei medici che hanno partecipato
allo studio, nell’analisi di almeno un caso clinico, e hanno aggiunto che
l’attività dei muscoli del viso e le espressioni del volto sono associate alle
scelte degli specialisti e, in parte, mediano gli effetti dell’avversione
all’ambiguità sull’inerzia terapeutica.

Cosa significano i risultati di uno studio così complesso e raffinato per un malato di sclerosi multipla? Vogliono dire innanzitutto che il medico che condivide con lui le decisioni non è un robot né un algoritmo e che le sue emozioni influenzano le sue scelte. Significano anche che la persona con la sclerosi multipla dovrebbe porre attenzione a quello che lo specialista fa, e non solo a quello che lo specialista dice per capire meglio le motivazioni delle sue scelte. Per riassumere tutto in un unico concetto: più stretta è la relazione fra medico e malato meglio si capiranno e meglio potranno gestire la sclerosi multipla.

Tommaso Sacco

Fonte: Emotional expressions associated with therapeutic inertia in multiple sclerosis care; Multiple Sclerosis & Related Disorders, 2019 June 4;34:17-28.

Source: Fondazione Serono SM

Quali altre terapie, oltre a quelle per la sclerosi multipla, assumono le persone con questa malattia?

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Uno studio eseguito in Germania ha valutato quali
farmaci assumono i malati di sclerosi multipla, oltre a quelli indicati in
questa patologia. Fra gli obiettivi della ricerca c’è stato quello di
verificare le differenze, riguardo a tale aspetto, fra maschi e femmine.

Dopo l’introduzione dei primi tipi di interferone beta
negli anni ’90, si è assistito a un importante aumento di soluzioni
terapeutiche che rendono oggi complesso l’armamentario a disposizione degli
specialisti che curano la sclerosi multipla. Ai farmaci modificanti la
malattia, si aggiungono quelli che si impiegano nel trattamento delle recidive
e le molecole indicate nel controllo dei sintomi. A questi trattamenti
specifici per la sclerosi multipla se ne possono aggiungere altri per patologie
associate eventualmente presenti. Come è noto, la sclerosi multipla ha una
frequenza doppia nelle femmine rispetto ai maschi e questo può creare
differenze anche per quanto riguarda le terapie assunte. Frahm e colleghi hanno
analizzato i politrattamenti, vale a dire le terapie particolarmente complesse
con 5 o più farmaci, di persone con sclerosi multipla. Hanno valutato, in
particolare, le differenze fra maschi e femmine. Hanno utilizzato gli archivi
di dati di 306 soggetti e hanno eseguito esami clinici e interviste
strutturate. Nell’analisi statistica si è tenuto conto anche di eventuali
fattori che avessero influenzato i politrattamenti. Nelle 218 femmine e negli
88 maschi si è osservata la stessa frequenza di politrattamenti, 56% e 58%
rispettivamente, che quindi erano presenti in più della metà dei soggetti. Per
ambedue i sessi, i fattori associati a una maggiore probabilità di ricevere
politrattamenti sono stati: età più avanzata, disabilità più grave, presenza di
malattie associate e degenze ospedaliere. Un ridotto livello di scolarizzazione
si è correlato a un maggiore rischio di politrattamenti solo nel sesso
femminile. L’assunzione di fampridina e di farmaci per la terapia degli spasmi
muscolari si è correlata in maniera statisticamente significativa con il sesso
maschile, rispettivamente per p<0.021 e p<0.01. I prodotti la cui
assunzione si è associata al sesso femminile sono stati quelli indicati nelle
malattie della tiroide e i contraccettivi, rispettivamente per p<0.001 e
p<0.001. L’incremento dei politrattamenti con l’età è risultato
statisticamente significativo nel sesso femminile: p<0.001.

In maschi e femmine con sclerosi multipla e con età avanzata, malattie associate, disabilità più grave e trattamenti ospedalieri è maggiore la probabilità di assunzione di politrattamenti. Secondo gli autori, questa evidenza dovrebbe stimolare l’esecuzione di ricerche mirate a individuare possibili interazioni farmacologiche fra i diversi prodotti utilizzati. 

Tommaso Sacco                       

Fonte: Polypharmacy in patients with multiple sclerosis: a gender-specific analysis; Biology of Sex Differences, 2019 May 27;10(1):27.

Source: Fondazione Serono SM

L’interferone beta aumenta la sopravvivenza dei malati di sclerosi multipla

riccardoroggeri_s9ft787h No Comments

Esperti di sclerosi multipla francesi e canadesi
hanno pubblicato i risultati di uno studio osservazionale che ha valutato
l’effetto a lungo termine del trattamento con interferone beta. L’analisi dei
dati raccolti ha indicato che l’utilizzo di questo farmaco è associato a una
maggiore sopravvivenza dei malati con sclerosi multipla recidivante remittente.

Nell’introduzione dell’articolo che ha riportato i
risultati della loro ricerca, Kingwell e colleghi hanno ricordato che diversi
tipi di interferone beta rimangono il tipo di farmaco modificante la malattia
più spesso usato nel mondo nella sclerosi multipla. D’altra parte, essi hanno
aggiunto che non esistono dati conclusivi sull’impatto di questa cura sulla
sopravvivenza e, per questo, hanno valutato la relazione fra terapia con interferone
beta e mortalità nel “mondo reale”, vale a dire nella pratica clinica. Lo hanno
fatto con uno studio osservazionale, multicentrico e di popolazione su malati nei
quali la sclerosi multipla si era manifestata, all’esordio, nella forma recidivante
remittente. I casi analizzati erano afferiti a una clinica della British
Columbia (Canada), dal 1980 al 2004, o a un Centro di Rennes (Francia), dal
1970 al 2013. I dati di questa casistica sono stati estratti dagli archivi dei
Centri e da quelli amministrativi individuali e sono stati acquisiti in maniera
prospettica. Infatti, per tutti i malati la raccolta delle informazioni e dei
dati è iniziata dalla loro prima visita presso il Centro, dal diciottesimo
compleanno oppure dall’1 gennaio 1996 ed è durata fino al decesso o a
un’eventuale emigrazione o al 31 dicembre 2013. Sono stati inclusi nell’analisi
solo i casi che, prima dell’inizio del periodo di osservazione, non avessero
assunto farmaci modificanti la terapia o immunosoppressori indicati nella
sclerosi multipla. Il motivo di questa scelta è stato quello di evitare che
cure ricevute prima del periodo di osservazione influenzassero l’andamento
della malattia registrato nel corso dello studio. Per l’analisi è stato usato
un metodo definito caso-controllo nell’ambito di una coorte o caso controllo
nidificato. Dalla casistica complessiva sono stati selezionati, in maniera
casuale e con uno specifico metodo di campionamento, da 1 a 20 casi di controllo.
Questi dovevano essere comparabili ai casi dei soggetti deceduti, in base alle
seguenti caratteristiche che avevano all’inclusione nello studio: Paese di
residenza, sesso, età ± 5 anni e anno e livello di disabilità. La ragione di
questa procedura è quella di evidenziare cosa avessero di diverso le persone
con sclerosi multipla che erano decedute, rispetto ad altre simili che erano
sopravvissute. Con un metodo denominato regressione logistica condizionale,
tenendo conto del trattamento con altri farmaci modificanti la malattia e
dell’età, sono state stimate: l’associazione fra mortalità da tutte le cause e un
trattamento di almeno 6 mesi con interferone beta e quella fra mortalità ed
esposizione complessiva all’interferone beta. L’esposizione complessiva è stata
definita come bassa, se era durata da 6 mesi a 3 anni, e alta, se era durata
più di 3 anni. Altre analisi hanno incluso valutazioni separate per sesso e per
Paese di residenza, ulteriori aggiustamenti per le malattie associate nella
casistica canadese e una stima della relazione fra cura con interferone beta e
decessi per sclerosi multipla in ambedue i Paesi. Tutte queste procedure, in
analisi di questo tipo, servono a evidenziare l’effetto di un singolo fattore,
in questo caso la cura con interferone beta, rispetto a tutti gli altri fattori
che possono influenzare l’esito considerato, che in questo studio era la
sopravvivenza. In totale sono stati raccolti 5989 casi di persone nelle quali
la sclerosi multipla si era manifestata, all’esordio, nella forma recidivante
remittente. Per il 75% erano femmine e l’età media all’inclusione è stata di 42
± 11 anni.  In questa casistica
complessiva si sono registrati 742 decessi, per il 70% nelle femmine, e l’età
media alla quale è avvenuto il decesso è stata 61 ± 13 anni. Le caratteristiche
di 649 dei 742 casi di malati deceduti sono state confrontate con quelle di
soggetti di controllo selezionati nella maniera descritta in precedenza. I
risultati dell’analisi statistica sono stati espressi come rapporto di rischio
con il 95% di intervalli di confidenza che può essere tradotto come probabilità
che un certo fattore abbia determinato l’esito considerato. Il rapporto di
rischio del trattamento con interferone beta è stato del 32% più basso nei casi
rispetto ai controlli (rapporto di rischio 0.68; intervallo di confidenza al
95%: 0.53-0.89) e questo vuol dire che le persone che erano decedute erano
state meno esposte all’interferone beta in una percentuale del 32%. L’aumento
della sopravvivenza è risultato associato, in particolare, a un trattamento con
interferone beta di durata superiore a 3 anni (rapporto di rischio 0.44;
intervallo di confidenza al 95%: 0.30-0.66), ma non a una durata della terapia
con interferone beta compresa fra 6 mesi e 3 anni (rapporto di rischio 1.00;
intervallo di confidenza al 95%: 0.73-1.38). Ciò significa che il vantaggio
fornito dal farmaco, in termini di sopravvivenza, è stato particolarmente
significativo per durate di assunzione maggiori. Le evidenze sono risultate
simili nell’ambito di ciascun sesso e per ciascun Paese di residenza e per i
decessi correlati alla sclerosi multipla.

Gli autori hanno concluso che la cura con interferone beta, nella casistica da loro analizzata, è risultata associata a un minore rischio di mortalità per i malati con sclerosi multipla recidivante remittente. I risultati sono stati confermati in due aree geografiche diverse di Nord America e Europa.     

Tommaso Sacco

Fonte: Multiple sclerosis: effect of beta interferon treatment on survival; Brain. 2019 May 1;142(5):1324-1333.

Source: Fondazione Serono SM

Attività fisica e depressione nella sclerosi multipla: un possibile approccio

riccardoroggeri_s9ft787h No Comments

Un gruppo di ricercatori degli Stati Uniti ha valutato l’effetto dell’attività fisica sulla depressione che si può associare alla sclerosi multipla. I risultati hanno indicato che un meccanismo denominato attivazione comportamentale può spiegare gli effetti positivi dell’attività fisica.

La depressione è un’alterazione dell’umore che si associa spesso alla sclerosi multipla, peggiorando il peso che quest’ultima ha sull’individuo e riducendo la qualità di vita. Numerose ricerche hanno evidenziato i vantaggi dell’attività fisica nel migliorare i sintomi della depressione, rispetto all’informazione dei malati e ai trattamenti abituali. D’altra parte, non sono stati definiti i meccanismi psicologici che sono alla base degli effetti positivi dell’attività fisica sulla depressione. L’approccio denominato attivazione comportamentale si impiega per migliorare i sintomi della depressione facendo riferimento al fatto che la depressione può derivare da una rinuncia alle attività gratificanti e dalla perdita del significato della vita per l’individuo. L’attivazione comportamentale è un meccanismo che aumenta la consapevolezza di un individuo circa attività piacevoli nelle quali può essere coinvolto e permette il recupero del significato della propria vita. Con lo stesso termine si indica una tecnica che stimola lo sviluppo e la crescita di tale consapevolezza. L’attivazione comportamentale è stata impiegata, con approcci diversi, nella cura della depressione. Fra i passaggi necessari per ottenere l’attivazione comportamentale c’è l’identificazione dei fattori o delle situazioni che nel singolo individuo favoriscono la positività, per poi sfruttarli per contrastare la riduzione del tono dell’umore. Turner e colleghi hanno valutato se gli effetti positivi dell’attività fisica sulla riduzione dei sintomi della depressione dipendessero anche dall’attivazione comportamentale. Gli autori hanno utilizzato i dati raccolti con uno studio clinico controllato, su 64 malati di sclerosi multipla con depressione, che aveva confrontato l’effetto di un intervento di counseling telefonico finalizzato a promuovere l’attività fisica e di un semplice approccio educazionale. Nelle persone nelle quali è stata impiegata l’attività di counseling si sono osservati miglioramenti maggiori dell’attivazione comportamentale nei primi tre mesi. Tali miglioramenti si sono associati a una riduzione dei sintomi della depressione a sei mesi, rispetto a quanto osservato al basale.

Nelle conclusioni, gli autori ribadiscono che
l’attivazione comportamentale può essere uno dei meccanismi attraverso i quali
l’attività fisica migliora la depressione e raccomandano che studi futuri
definiscano meglio il ruolo di questo meccanismo e individuino soluzioni per
potenziarne l’effetto.

Intanto, l’evidenza che un esercizio adeguato alla funzionalità fisica della persona con sclerosi multipla, oltre agli effetti positivi sul corpo, ne possa avere anche sulla mente, può costituire un ulteriore motivo per dedicarvisi regolarmente.

Tommaso Sacco

Fonte: Physical activity and depression in MS: The mediating role of behavioral activation; Disability and Health Journal, 2019 April 30

Source: Fondazione Serono SM

Sclerosi multipla: per 122 mila italiani colpiti, allarme per l’assenza di uniformità nelle cure

riccardoroggeri_s9ft787h No Comments

La sclerosi multipla è un’emergenza sanitaria e sociale che richiede l’impegno di tutti, nessuno escluso: le Istituzioni nazionali e regionali, gli operatori sanitari e sociali, i ricercatori, le persone con sclerosi multipla e i loro familiari. È il messaggio che emerge chiaro dal Barometro della sclerosi multipla 2019 arrivato quest’anno alla sua quarta edizione: una fotografia precisa, scattata dall’Associazione Nazionale Sclerosi Multipla, dell’impatto sanitario, sociale ed economico di questa malattia cronica che può portare a disabilità progressiva. L’Italia si colloca come una zona ad alto rischio per la sclerosi multipla. Le persone con sclerosi multipla sono 122 mila: donne e uomini – le prime colpite in misura doppia rispetto ai secondi – che ricevono una diagnosi nella maggior parte dei casi tra i 20 e i 40 anni di età. Persone che non possono contare su un’assistenza omogenea su tutto il territorio nazionale: a seconda della regione. Con loro almeno 500 mila persone direttamente coinvolte quotidianamente con la malattia, a supporto delle persone con sclerosi multipla.

“I risultati del Barometro non fanno che rafforzare la Mozione uscita dall’ultima assemblea di AISM, che si è tenuta ad aprile, in cui chiediamo con forza alle Istituzioni di impegnarsi, tra le altre cose, per l’approvazione di un PDTA nazionale, per garantire a tutti l’accesso ai farmaci e alle terapie riabilitative delle persone con sclerosi multipla e per l’istituzione di un Registro Nazionale di patologia. Con la Mozione, rivolta alle Istituzioni, invitiamo ai prossimi, urgenti, appuntamenti sul percorso del traguardo dell’Agenda 2020, tutti coloro che possano amplificare l’adesione e coloro che possano unirsi numerosi. Perché le sfide si vincono solo facendo ognuno la sua parte. Si vincono insieme”, afferma Angela Martino, presidente Nazionale AISM. Negli ultimi 4 anni, l’attività di studio e di analisi  svolta per il Barometro ha consentito di identificare, raccogliere e, dove necessario, costruire evidenze sulla realtà della sclerosi multipla che altrimenti non sarebbero emerse.

“Solo avendo una fotografia precisa dell’impatto che questa
malattia ha sulla vita delle persone
e
dell’intera società si possono organizzare delle risposte adeguate sul fronte delle
politiche sanitarie e sociali, della ricerca, dell’assistenza
”,afferma Mario Alberto
Battaglia
, presidente della FISM, Fondazione
Italiana Sclerosi Multipla.  

Per andare oltre le evidenze testimoniate dal Barometro 2019, AISM chiede quindi l’istituzione di un Registro Nazionale di patologia collegato con Registri regionali e con il “Registro Italiano Sclerosi Multipla”, progetto di ricerca portato avanti dalla Fondazione Italiana Sclerosi Multipla e l’Università di Bari che ha coinvolto 140 Centri clinici e già raccolto oltre 55mila dati clinici di persone con sclerosi multipla.

La richiesta di AISM riguarda la presa in carico delle persone con sclerosi multipla, ancora troppo disomogenea sul territorio: solo 13 Regioni hanno finora approvato un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA), cioè un percorso che dalla diagnosi alla gestione della malattia garantisca la miglior assistenza ai pazienti, mentre 2 Regioni lo stanno finalizzando.

Si tratta di PDTA che presentano tratti comuni, anche grazie al lavoro svolto da AISM nei diversi tavoli regionali cui ha preso parte, ma anche accentuate differenze regionali e persino all’interno di singoli territori, non sempre giustificate dai diversi modelli e assetti organizzativi dei sistemi sanitari regionali. In più, anche quando c’è, i Centri Sclerosi Multipla denunciano che in oltre 1 caso su 3 il PDTA non risulta pienamente applicato.

Iniquità si registrano anche sul fronte dell’accesso ai farmaci: il 17% delle persone con sclerosi multipla segnala di non ricevere gratuitamente tutti i farmaci specifici necessari, e il 58% afferma di aver ottenuto prescrizione per i farmaci sintomatici, ma in oltre 1 caso su 3 di doversene fare carico economicamente anche con un grave impatto sul budget familiare, arrivando a spendere sino a 6.500 euro l’anno. Ritardi anche nell’accesso ai nuovi farmaci: il tempo che trascorre fra la pubblicazione dell’approvazione del medicinale in Gazzetta Ufficiale e la disponibilità reale varia da Regione a Regione, con oscillazioni tra i 5 e i 17 mesi.

Inoltre, continuano a rimanere gravi  le difficoltà di accesso alla riabilitazione che viene assicurata in misura non sufficiente: soltanto il 37% della popolazione con sclerosi multipla che ne ha bisogno ha avuto accesso alle prestazioni riabilitative garantite dal SSN ma il 66% si dichiara insoddisfatto delle prestazioni ricevute. Si tratta per lo più di fisioterapia ambulatoriale, mentre risulta più problematico accedere ad altre tipologie di interventi riabilitativi, quali la riabilitazione cognitiva, quella sfinterica, la logopedia, la terapia occupazionale. Il 45% delle persone che fruiscono di servizi riabilitativi, dichiara l’inesistenza di un  Progetto riabilitativo individualizzato (PRI), si tratta cioè di prestazioni standard che non tengono conto della condizione specifica del paziente. “Complessivamente il bisogno riabilitativo, per qualità e quantità, rimane così uno dei massimi bisogni insoddisfatti per le persone con sclerosi multipla, che spesso costringe le persone colpite dalla malattia  a sostenere costi aggiuntivi”, spiega Mario Alberto Battaglia. “Ma la riabilitazione, intesa come processo volto a massimizzare le abilità e l’indipendenza funzionale, ridurre la disabilità e prevenire le complicanze, è un approccio essenziale nella gestione della SM come abbiamo dimostrato attraverso la ricerca scientifica”.

Cresce il dato sull’impoverimento. Circa il 37% delle persone con sclerosi multipla dichiara di aver difficoltà economiche: Numero Verde AISM e i Sportelli di accoglienza presso le Sezioni provinciali AISM e dall’Osser­vatorio AISM, evidenziano un incremento rispetto all’anno precedente delle richieste di aiuto economico (+14% rispetto all’anno precedente) legate principalmente all’assenza di una situazione lavorativa stabile e alla presenza di una persona con disabilità grave in famiglia.

Oltre il 40% delle persone con sclerosi multipla convive quotidianamente con gravi difficoltà, e afferma di ricevere tutti i giorni aiuto da familiari e conviventi per lo svolgimento di normalissime attività.

In media viene prestata l’assi­stenza per 10 ore al giorno, ma il tempo dedicato aumenta con la gravità della malattia e con l’età (6 ore per persone con disabilità meno gravi, 14 ore per i più g ravi). Mediamente per ogni perso­na con scleorsi multipla si possono dunque stimare, in un anno, oltre 1.100 ore di assistenza informale da parte di familiari o amici. Oltre il 95% dei caregiver ha dedicato, negli ultimi 3 mesi, tempo libero per assistere la persona con sclerosi multipla.  Nel 17% i familiari hanno com­promesso la propria attività professionale con il 5% dei fa­miliari costretto all’abbandono dell’attività lavorativa per pren­dersi  cura della persona con sclerosi multipla.

Comunicato Stampa Aism

Source: Fondazione Serono SM

Rischi e gestione dei rischi nella moderna terapia della sclerosi multipla

riccardoroggeri_s9ft787h No Comments

Un gruppo di esperti tedeschi ha affrontato il
problema dei rischi correlati alle cure più moderne per la sclerosi multipla e la
gestione di tali rischi nella pratica clinica. Nell’articolo sono elencati i
profili di rischio delle diverse cure e si riportano consigli circa le
informazioni da condividere con i malati, prima e durante il trattamento.  

Nella cura della sclerosi multipla c’è stato un
passato remoto in cui non si disponeva di terapie, a parte i corticosteroidi da
usare nelle recidive, una fase in cui c’erano poche soluzioni, per poi arrivare
allo scenario attuale, nel quale si può scegliere fra tante terapie con livelli
di efficacia e di sicurezza diversi. Fino a quando ci sono stati solo gli
interferoni e il glatiramer acetato, si è fatto riferimento a livelli di
efficacia prevedibili, in base alle caratteristiche e alle dosi dei prodotti, e
a di effetti collaterali noti e non troppo gravi. Oggi le molecole da utilizzare
sono tante con una gradazione di efficacia ampia e con diversi profili di
sicurezza. Se è vero che tutti agiscono modificando meccanismi del sistema
immunitario, è altrettanto vero che nello scegliere la cura più adatta si deve
tenere conto dell’efficacia, ma anche degli effetti indesiderati attesi e
dell’aderenza alla cura prevedibile. Ciò ha reso la personalizzazione del
trattamento molto complessa, richiedendo l’analisi di aspetti pratici e
concettuali. Inoltre, la prevenzione e la diagnosi precoce di alcuni effetti
indesiderati richiedono controlli complessi e frequenti, almeno nel primo
periodo dell’introduzione di una nuova cura. Ad esempio l’intensità della
soppressione della funzione del sistema immunitario può essere tale da
provocare complicanze e interferenze sugli obiettivi farmacologici, passando da
un trattamento all’alto. Nella revisione della letteratura eseguita da Klotz e
colleghi, si spiega come può essere definita, per un malato di sclerosi
multipla, la condizione di “libertà dall’attività della malattia”. Per
confermare, nella pratica clinica, che una persona si trova in tale condizione,
si devono raccogliere specifiche evidenze ottenibili con la risonanza magnetica
e dimostrare che non ci sono recidive e non c’è progressione della disabilità.
La definizione della condizione di libertà dall’attività della malattia è
importante perché è l’obiettivo più ambizioso che oggi si possano porre un
malato di sclerosi multipla e il medico che lo segue. Per raggiungerlo, può
rendersi necessaria l’assunzione degli immunosoppressori più potenti e questo
delinea un profilo di rischio di reazioni indesiderate che va attentamente
spiegato alla persona che si sottoporrà alla cura. Nell’articolo si specifica,
prodotto per prodotto, quali sono gli effetti collaterali che sono stati
registrati e come si devono affrontare.

Nelle conclusioni gli autori auspicano che lo sviluppo di nuovi trattamenti ponga sullo stesso piano, sia l’obiettivo di raggiungere la massima efficacia, che quello di minimizzare il rischio di eventi avversi.

Tommaso Sacco

Fonte: Risks and risk management in modern multiple sclerosis immunotherapeutic treatment; Therapeutic Advances in Neurological Disorders 2019, Vol. 12: 1–31.

Source: Fondazione Serono SM