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Secondo evidenze di laboratorio l’omeprazolo stimolerebbe la remielinizzazione

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Una ricerca eseguita su un modello animale ha dimostrato che l’omeprazolo, un farmaco usato nella cura dell’esofagite e dell’ulcera, stimolerebbe la riparazione della mielina che avvolge le fibre nervose.

L’omeprazolo è una molecola introdotta nella pratica clinica alla fine degli anni ’80 e impiegata nella cura dell’esofagite da reflusso, delle ulcere allo stomaco e al duodeno e di altre malattie dovute a un eccesso relativo di produzione di acido nello stomaco. Questo farmaco è stato il primo di una nuova classe di prodotti, denominati inibitori della pompa acida, ed è stato seguito da altre molecole simili, dal lansoprazolo al pantoprazolo, dall’esomeprazolo al rabeprazolo. Alcuni anni fa un gruppo di ricercatori statunitensi valutò l’effetto dell’omeprazolo sull’attività infiammatoria di un modello sperimentale di sclerosi multipla applicato ai topi. Il punto di partenza di quella ricerca era che la somministrazione del farmaco modificasse la composizione del microbiota e che questi cambiamenti, a loro volta, potessero influenzare l’attività infiammatoria del modello sperimentale di sclerosi multipla. I risultati non evidenziarono effetti sulle variabili considerate. In quello studio non si prese in considerazione il meccanismo della remielinizzazione, vale a dire il processo che permette di riparare la guaina mielinica che avvolge i nervi e che viene danneggiata nella sclerosi multipla. Zhu e colleghi sono partiti dalla considerazione che quello della remielinizzazione è un meccanismo chiave per il recupero delle funzioni nervose alterate dalla sclerosi multipla e per il miglioramento dei sintomi delle persone affette da questa patologia. D’altra parte, come gli autori ricordano, quello di avere molecole che promuovano la rigenerazione della mielina è un bisogno ad oggi insoddisfatto. Per questo motivo hanno usato un raffinato sistema di analisi che permette di ricostruire una “mappa” nella quale si evidenziano le relazioni fra malattie, geni e farmaci. Attraverso questa analisi Zhu e colleghi hanno identificato l’omeprazolo come molecola con potenziale effetto di stimolo della remielinizzazione. Hanno quindi eseguito uno studio sulle cellule dalle quali derivano gli oligodendrociti, che producono e riparano la guaina mielinica. Sui precursori degli oligodendrociti hanno verificato quale poteva essere il processo sul quale era in grado di agire l’omeprazolo e ne hanno individuati diversi relativi al funzionamento di queste cellule. Il passo successivo è stato quello di verificare se in un modello applicato sul topo di danno alla mielina si osservava un beneficio della somministrazione del farmaco. Il trattamento con omeprazolo alla dose di 10 mg per kg di peso, protratto per due settimane ha migliorato significativamente l’alterazione delle funzioni motorie provocata dalla demielinizzazione indotta nel topo. Inoltre, specifiche prove di laboratorio hanno dimostrato che la somministrazione di omeprazolo aumenta l’espressione di geni che sono coinvolti nella produzione della mielina e la produzione della proteina basica della mielina. Ulteriori verifiche con il microscopico elettronico hanno evidenziato un incremento delle fibre nervose dotate di normale guaina mielinica dopo il trattamento con omeprazolo.

Zhu e colleghi hanno concluso sottolineando che le evidenze relative alla promozione della remielinizzazione da parte dell’omeprazolo sono promettenti. Si tratta ovviamente di osservazioni del tutto preliminari e delle quali non si può al momento ipotizzare se potranno essere tradotte in benefici clinici per i malati. D’altra parte, un’efficace remielinizzazione sarebbe l’unico processo in grado di far regredire almeno in parte la disabilità accumulata e   rifacendosi alle premesse degli autori di questo studio, non ci sono farmaci che promuovano significativamente la remielinizzazione nei malati di sclerosi multipla. Perciò vale la pena di esplorare qualsiasi soluzione che possa risultare, in futuro, efficace e sicura.

Tommaso Sacco

Fonte: The effect of omeprazole on the development of experimental autoimmune encephalomyelitis in C57BL/6J and SJL/J mice; BMC Research Notes, Dec 24.

Source: Fondazione Serono SM

Pubblicata un’avvertenza della FDA su gravi effetti indesiderati dell’alemtuzumab

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Il 29 novembre 2018 la Food and Drug Administration (FDA), l’Autorità statunitense che si occupa della registrazione dei farmaci, ha pubblicato un’avvertenza circa il rischio di ictus e di danni alle pareti delle arterie della testa e del collo, che si sono verificati in malati di sclerosi multipla che avevano iniziato da poco ad assumere l’alemtuzumab.

L’avvertenza fa riferimento al riscontro di problemi a carico di vasi e della circolazione sanguigna nel cervello in 13 persone nei 5 anni dall’introduzione nell’uso clinico del farmaco alemtuzumab. In questi 13 casi si sono verificati 7 ictus con emorragia, uno dei quali ha avuto anche un danno alle pareti di ambedue le arterie vertebrali e 2 ictus con ischemia, uno dei quali ha avuto anche danni alle pareti delle carotidi di destra e di sinistra e dell’arteria vertebrale di destra, 2 con danni alla carotide di destra e all’arteria vertebrale di sinistra e 2 con ictus non meglio definito. Una delle persone che ha avuto un ictus emorragico è deceduta. Dieci dei casi si sono verificati negli Stati Uniti e 3 in Europa e 12 su 13 hanno presentato questi eventi indesiderati dopo un giorno dall’inizio della cura. L’FDA ha precisato che, in generale, non sono stati raccolti abbastanza dettagli circa fattori di rischio individuali che potrebbero aver favorito la comparsa degli eventi, ma il fatto che si siano manifestati poco dopo l’avvio della cura, suggerisce che siano associati a quest’ultima. Pur non essendo stato precisato il meccanismo mediante il quale possono essersi sviluppati gli eventi indesiderati, il tempo di comparsa fa pensare che si possa essere verificata una condizione denominata sindrome da rilascio di citochina. Essa consiste in una sindrome infiammatoria generalizzata che è stata già posta in relazione con l’assunzione dell’alemtuzumab. La sindrome da rilascio di citochina può contribuire allo sviluppo di trombosi e delle alterazioni dei vasi osservate nei 13 casi in questione e, in queste persone, si sono rilevati anche sintomi attribuibili alla sindrome. Inoltre, casi di ictus ischemico e emorragia cerebrale si sono verificati anche in soggetti che hanno assunto l’alemtuzumab in altre indicazioni: leucemia linfocitica cronica a linfociti B, leucemie o linfomi. La Food and Drug Administration ha inserito indicazioni specifiche nel materiale informativo sul prodotto, sia per i malati che per i medici. Ai primi si raccomanda di rivolgersi, nel più breve tempo possibile, a un Pronto Soccorso se compaiono sintomi riferibili ad alterazioni della circolazione a testa e collo. Fra essi si elencano:

  • parestesie a viso, braccia o gambe o debolezza agli arti, soprattutto se localizzati a metà del corpo
  • improvvisa confusione mentale o difficoltà a parlare o a comprendere le parole
  • difficoltà di visione da uno o da entrambi gli occhi
  • problemi nel camminare, capogiri o perdite di bilanciamento e coordinazione
  • dolore improvviso e grave a testa o collo prestando particolare attenzione al periodo immediatamente successivo all’inizio della cura.

Ai medici si raccomanda di avvertire i malati di porre attenzione ai sintomi riferibili a ictus o danni alle arterie della testa e di segnalare tempestivamente alla Food and Drug Administration la comparsa di questi effetti indesiderati.

Tommaso Sacco

Fonte: FDA

 

Source: Fondazione Serono SM

Sclerosi multipla: quali esami fare per diagnosticarla?

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TESTO AGGIORNATO

Negli ultimi decenni i risultati positivi dell’utilizzo di farmaci in fase iniziale di malattia hanno portato a un approccio diagnostico più intensivo, volto alla diagnosi precoce della sclerosi multipla.

Alcuni farmaci hanno dimostrato di essere potenzialmente efficaci nel modificare la storia di malattia in una fase estremamente precoce, in altre parole quella che è definita come “sindrome clinicamente isolata” (il termine anglosassone è Clinically Isolated Syndrome, CIS). Si tratta di un primo disturbo neurologico compatibile con una lesione demielinizzante, vale a dire la prima ricaduta per chi svilupperà effettivamente una sclerosi multipla nella forma cosiddetta recidivante-remittente (SMRR). Le persone che hanno una CIS, però, non svilupperanno necessariamente la sclerosi multipla: hanno solo una probabilità maggiore rispetto alla popolazione generale di ricevere una diagnosi di sclerosi multipla. Diversi studi hanno dimostrato che quando sono presenti lesioni tipiche della sclerosi multipla alla risonanza magnetica, c’è un elevato rischio che una persona con CIS presenti nel tempo un secondo evento neurologico (ricaduta) e, conseguentemente, di essere affetto da SMRR. Prima del 2001, infatti, la diagnosi di sclerosi multipla, escluse altre possibili cause alla base del disturbo neurologico, era posta con sicurezza in presenza di due episodi neurologici riguardanti parti diverse del sistema nervoso centrale e distinti nel tempo (i classici “criteri di Poser”). Dopo il 2001 si è iniziato a utilizzare criteri diagnostici (i cosiddetti “criteri di McDonald”) che permettono con elevata probabilità di riconoscere o escludere una sclerosi multipla, utilizzando soprattutto la risonanza magnetica, nei mesi successivi all’esordio del primo disturbo neurologico. L’ultima versione dei “criteri di McDonald” è del 2017.

Al fine di rendere la diagnosi più precoce e più accurata (onde evitare sia il mancato riconoscimento sia un eccesso di false diagnosi), ci si affida dunque alle probabilità statistiche di cui i criteri diagnostici sopra menzionati sono espressione.

La sclerosi multipla è la conseguenza di un danno immuno-mediato del sistema nervoso centrale. Il danno più precoce caratterizza l’esordio del fenotipo remittente-recidivante (SMRR), che ha una prevalenza intorno all’85-90% al momento della diagnosi. La SMRR è caratterizzata da episodi acuti di malattia (“recidive” o “ricadute”) alternati a periodi di completo o parziale benessere (“remissioni”). L’altro fenotipo è quello progressivo: si distinguono una forma primariamente progressiva (SMPP), caratterizzata dall’esordio subdolo di sintomi (in genere paraparesi asimmetrica e/o atassia che evolve in mesi o anni) con progressiva disabilità in assenza di ricadute/remissioni riconoscibili, e una forma secondariamente progressiva (SMSP) che rappresenta l’evoluzione della SMRR.

Il processo diagnostico può essere in certi casi lungo e complesso perché i reperti di risonanza magnetica restano dubbi oppure perché ci sono altri elementi che depongono per la presenza di altre malattie. Debbono essere, infatti, messe in diagnosi differenziale altre malattie che possono simulare la sclerosi multipla. Ci sono delle aree grigie della conoscenza medica che non permettono una sicura differenziazione tra sclerosi multipla e altre malattie e in cui alcuni ricercatori ipotizzano una sovrapposizione di malattie nell’ambito di un comune terreno di alterazione del sistema immunitario.

Prima di descrivere gli esami strumentali che si effettuano per la diagnosi di sclerosi multipla, preme sottolineare che la diagnosi si pone sulla base di un’accurata raccolta della storia delle condizioni di salute e dei disturbi lamentati dal paziente (anamnesi) e sull’esame obiettivo del malato (generale e neurologico). Anticipiamo subito che la distinzione tra SMRR e SMPP è basata solo sulla storia clinica.

È importante che il neurologo effettui una visita neurologica completa (quella che in termine tecnico definiamo “esame obiettivo neurologico”). È proprio l’esame obiettivo che permette al neurologo di avere un’idea precisa di eventuali lesioni a carico del sistema nervoso centrale che potrebbero aver lasciato segni neurologici ma non essere state avvertite o giudicate come sintomo importante dal malato o da altri medici non specialisti. Sintomi aspecifici (ad esempio lievi disturbi di sensibilità fluttuanti ma perduranti, un precedente episodio vertiginoso di qualche giorno interpretato come una “labirintite”, un appannamento prolungato della vista ecc.) possono assumere un significato diverso alla luce di un segno neurologico conclamato. Per la sclerosi multipla non esiste un sintomo o un segno patognomonico, né un esame diagnostico accurato al 100%; la diagnosi è frutto della convergenza di elementi clinici, strumentali e di laboratorio.

L’esame strumentale attualmente più importante per la diagnosi di sclerosi multipla è la risonanza magnetica. È uno strumento complesso che permette di registrare come piccoli quadratini (pixel) in diverse intensità di grigio, nero e bianco i segnali che originano negli atomi dei tessuti immersi in un campo magnetico esterno (come quello di una “calamita”) e sollecitati da una particolare radiofrequenza. Un computer permette di ricostruire questi pixel su diversi piani (trasversale, sagittale e longitudinale) in immagini di “fette” dell’encefalo e del midollo spinale. Esistono diverse tecniche di risonanza magnetica. A scopo di diagnosi serve la risonanza magnetica cosiddetta convenzionale con tutta una serie di sequenze (T2, T1, FLAIR, DWI, ecc.) che danno luogo a tonalità diverse di bianco-grigio-nero permettendo di riconoscere i differenti elementi che compongono il sistema nervoso centrale e le strutture con cui è in rapporto anatomico (la sostanza grigia, la sostanza bianca, il liquor, i vasi sanguigni, le meningi ecc.) e di caratterizzare al meglio le lesioni presenti. Così la risonanza magnetica è capace di identificare le lesioni della sclerosi multipla, che avranno caratteristiche diverse a seconda che siano nuove oppure vecchie. L’esame, per maggiore completezza, deve essere condotto a livello dell’encefalo e del midollo spinale. Devono essere effettuate delle scansioni dopo la somministrazione di un mezzo di contrasto a base di gadolinio per via endovenosa. Il gadolinio solo eccezionalmente determina fenomeni di tipo allergico e non ha nulla a che vedere con i classici mezzi di contrasto iodati che vengono utilizzati in radiologia per altri scopi. Nel 2017 l’Agenzia europea per i medicinali (European Medicines Agency, EMA) ha segnalato che i mezzi di contrasto a base di gadolinio, alcuni in particolare, tendono a depositarsi nel cervello. Pur non essendoci alcuna dimostrazione scientificamente valida che tali depositi di gadolinio possano determinare sintomi, in via precauzionale si raccomanda di fare un uso mirato del gadolinio. A questo riguardo si sottolinea che nella fase diagnostica della sclerosi multipla resta indicato effettuare una risonanza magnetica completa delle sequenze post-gadolinio se si osservano lesioni compatibili nelle altre sequenze. La “presa di contrasto” (spesso indicata sui referti con il termine anglosassone “enhancement”) significa che la lesione è nuova oppure che è una lesione vecchia che si è “riattivata”. È quindi un indice importante per stabilire l’attività infiammatoria in quel momento. Le basi fisiche della risonanza magnetica sono completamente diverse da quelle della tomografia computerizzata (TC), in particolare non c’è l’esposizione a raggi X. La risonanza magnetica non espone a radiazioni, e i campi magnetici cui si viene esposti sono considerati innocui. Le radiofrequenze utilizzate sono analoghe a quelle delle trasmissioni radiotelevisive. Sebbene non siano state mai documentate fino a oggi alterazioni a livello fetale, è prudente escludere dall’esame di risonanza magnetica donne durante il 1° trimestre di gravidanza, se non in situazioni di gravi condizioni che necessitano di urgenti necessità diagnostiche. Il gadolinio dovrebbe essere usato in gravidanza solo in presenza di un’indicazione estremamente forte e non procrastinabile. La risonanza magnetica non può essere fatta se si è portatori di pace-maker o defibrillatori cardiaci (anche se possono esservi eccezioni). Si stanno sempre più demolendo alcuni limiti che erano posti dalla presenza di mezzi metallici all’interno del corpo (inclusi i tatuaggi che possono contenere tracce di metallo) per cui sarà necessario confrontarsi con il radiologo e decidere caso per caso. Per questo motivo prima della risonanza magnetica viene richiesta un’attenta raccolta dei dati anamnestici attraverso la compilazione di un questionario. È difficile effettuare la risonanza magnetica per chi è claustrofobico; in questo caso può essere necessaria una sedazione farmacologica.

Source: Fondazione Serono SM

L’impiego dei giochi digitali nella riabilitazione delle funzioni cognitive

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Esperti di sclerosi multipla statunitensi e canadesi hanno valutato, in uno studio preliminare, la fattibilità dell’utilizzo di strumenti digitali di riabilitazione delle funzioni cognitive basati su videogiochi. I risultati incoraggianti suggeriscono l’opportunità di ripetere le stesse valutazioni su casistiche più ampie.

Circa la metà dei malati di sclerosi multipla presenta alterazioni delle funzioni cognitive. Per questo può essere importante disporre di strumenti terapeutici che permettano di eseguire una riabilitazione di tali funzioni anche al domicilio. Bove e colleghi hanno quindi eseguito una valutazione preliminare dell’impiego di uno strumento informatico, tipo videogioco finalizzato a curare malati di sclerosi multipla con alterazioni delle funzioni cognitive. In questo studio preliminare, 21 persone affette dalla malattia sono state esaminate presso un Centro specialistico, ponendo particolare attenzione alla definizione di eventuali alterazioni delle funzioni cognitive, misurandone la gravità. Successivamente, gli stessi soggetti hanno utilizzato un programma informatico, tipo videogioco, per 25 minuti al giorno, 5 giorni alla settimana, per 4 settimane. A questo periodo di impiego del programma è seguita una visita di controllo, con la ripetizione di tutte le prove relative alle funzioni cognitive. Dei 21 partecipanti, che avevano un’età media di 53.8 ± 11.6 anni e una ESS di 2.5 ± 2.0, 18 hanno completato la ricerca. Nel periodo di osservazione l’adesione all’utilizzo del videogioco è stata di circa il 75% per il 78% di loro e il 50% lo ha utilizzato per 20 o più giorni. Al termine delle 4 settimane, previste dalla ricerca, una delle funzioni cognitive, la velocità di elaborazione mentale, è migliorata in maniera statisticamente significativa e significativo è stato anche il miglioramento della funzione psicomotoria. L’aumento medio del punteggio di una prova, denominata in inglese Symbol Digit Modalities Test, abbreviata con SDMT e traducibile con prova delle modalità dei simboli digitali, è stato di 3.6. Sesso maschile, non avere un lavoro e mostrare un livello di ansia più alto al basale sono stati i tre fattori indicativi di un maggiore miglioramento della SDMT nelle 4 settimane di utilizzo del videogioco. Inoltre, gli autori hanno notato che una minore efficienza delle funzioni cognitive al basale si è associata a una frequenza significativamente maggiore delle sessioni di utilizzo del videogioco completate.

Gli autori hanno concluso che l’utilizzo al domicilio di uno strumento digitale per migliorare la velocità di elaborazione mentale dei malati di sclerosi multipla è possibile e, in questa ricerca preliminare, ha mostrato di essere efficace. Uno studio randomizzato e controllato, su una casistica più ampia, è stato già avviato e potrà fornire le necessarie conferme.

Tommaso Sacco

Fonte: A Videogame-Based Digital Therapeutic to Improve Processing Speed in People with Multiple Sclerosis: A Feasibility Study; Neurology & Therapy, 2018 Nov 30.

Source: Fondazione Serono SM

Dieta, microbiota intestinale e sclerosi multipla

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Negli ultimi anni si è accumulata una serie di evidenze sperimentali che dimostrano un possibile ruolo dell’alimentazione e della flora batterica intestinale, denominata microbiota, nell’insorgenza e nello sviluppo della sclerosi multipla. Tale ipotesi, se confermata da ulteriori studi, potrebbe aprire la strada a nuovi e più specifici trattamenti.

La flora batterica intestinale o microbiota è rappresentata da miliardi di microrganismi, di diverse specie e generi, che popolano le superfici del sistema gastroenterico, in uno stato di simbiosi, ovvero di convivenza e interazione, con reciproco vantaggio sia per l’organismo umano sia per le diverse specie di batteri presenti all’interno dell’intestino, a partire dalla nascita e dall’allattamento. La mucosa intestinale, con il suo microbiota composto prevalentemente da batteri, tra cui predominano specie denominate Firmicutes e Bacteroides, rappresenta un’ampia superficie di contatto tra l’organismo e l’ambiente esterno, fornendo uno stimolo continuo per il sistema immunitario e influenzandone le risposte specifiche; nel contempo l’organismo stabilisce una condizione di tolleranza cosiddetta immunologica nei confronti dei microrganismi ospiti, che ne impedisce l’eliminazione. È stato dimostrato che il sistema immunitario dell’uomo viene “educato” a livello intestinale e di conseguenza qualsiasi variazione che alteri l’immunità a livello intestinale è in grado di influenzare la funzione di organi e tessuti anche lontani, sino allo sviluppo di patologie che possono colpire non soltanto il sistema gastroenterico (ad es., malattia di Crohn), ma anche il sistema nervoso centrale e periferico (polineuropatie infiammatorie), il pancreas (diabete mellito di tipo 1) o le articolazioni (artrite reumatoide). Questa attività sul sistema immunitario da parte della flora batterica intestinale si esplica attraverso il continuo stimolo alla differenziazione e proliferazione di cellule linfocitarie ad azione regolatoria (denominate Treg), in grado di difenderci dagli agenti patogeni esterni o dallo sviluppo di malattie autoimmuni.

I microrganismi colonizzatori della mucosa intestinale soddisfano anche alcuni passaggi metabolici necessari all’individuo, come la sintesi di numerose vitamine (acido folico, vitamina K, vitamine del gruppo B), alcune funzioni digestive (ad es., la digestione degli zuccheri complessi e delle proteine) e la modulazione della biodisponibilità di alcuni farmaci. La flora batterica intestinale si modifica costantemente nel corso della vita dell’individuo, a partire dalla nascita e sino all’adolescenza; è influenzata da numerosi fattori quali dieta, farmaci (soprattutto antibiotici) e stress e favorisce, a livello intestinale, un ambiente antinfiammatorio e protettivo, in grado di inibire la crescita di microrganismi patogeni, causa di diverse malattie. Gli studi sugli animali, in cui attraverso l’inoculazione di derivati della mielina è possibile sviluppare una malattia che assomiglia molto alla sclerosi multipla ed è chiamata encefalomielite allergica autoimmune (EAE), hanno dimostrato un possibile ruolo del microbiota intestinale nello sviluppo della malattia sperimentale; sono stati infatti osservati una ridotta gravità o un esordio più tardivo di EAE nei topi cresciuti in assenza di microflora intestinale, e il ritorno alla suscettibilità allo sviluppo della stessa, dopo il ripopolamento dell’intestino con diverse specie di microrganismi. La presenza della flora batterica intestinale è pertanto un prerequisito necessario per lo sviluppo dell’EAE e probabilmente anche per la sclerosi multipla. Inoltre, la sterilizzazione della flora batterica attraverso la massiccia somministrazione di antibiotici si è dimostrata in grado di ridurre la gravità dell’EAE, attraverso la riduzione della concentrazione ematica e cerebrale di sostanze denominate citochine in grado di favorire i processi infiammatori (in particolare interleuchina-17 e interferone gamma) e cellule linfocitarie capaci di distruggere la mielina all’interno del sistema nervoso centrale, denominate Th17.

In condizioni di alterazioni dell’interazione tra batteri intestinali e organismo ospite, chiamate disbiosi, causate ad esempio dalla modificazione selettiva di determinati microrganismi, con sopravvento di alcuni batteri patogeni, potrebbero instaurarsi condizioni favorenti lo sviluppo di diverse malattie, tra cui la sclerosi multipla. È stato dimostrato che alcuni batteri dall’aspetto filamentoso, appartenenti alla specie dei “batteri filamentosi segmentati”, sarebbero in grado di stimolare la proliferazione di cellule linfocitarie ad azione favorente l’infiammazione come le Th17, a livello sia ematico sia cerebrale, e così favorire lo sviluppo della sclerosi multipla; diversamente, altre specie batteriche appartenenti alla famiglia dei Bacteroides fragilis favorirebbero la proliferazione di cellule ad azione regolatoria, in grado di bloccare i processi infiammatori e impedire lo sviluppo della malattia, chiamate Treg. Queste osservazioni sono tanto più importanti se consideriamo che i linfociti Th17 sono in grado di attraversare la barriera emato-encefalica e provocare, nei modelli animali di sclerosi multipla, il danno della mielina; inoltre le citochine da essi prodotte sono presenti in grande quantità nelle placche di demielinizzazione dei pazienti affetti da sclerosi multipla.

Uno studio più recente ha analizzato la flora batterica intestinale di pazienti con sclerosi multipla in fase di ricaduta clinica di malattia, dimostrando una riduzione intestinale di batteri appartenenti alla specie Prevotella (in grado di determinare una riduzione della formazione di cellule infiammatorie Th17) e la presenza di due diversi ceppi di Streptococco (Streptococcus oralis e Streptococcus mitis), che solitamente risiedono nella cavità orale e possono favorire lo sviluppo di infiammazione.

Lo studio sulle possibili relazioni tra microbiota e sclerosi multipla, campo nuovo ma in rapida espansione, non è importante solo per la comprensione dei meccanismi responsabili dell’insorgenza e dello sviluppo della malattia, ma potrebbe anche aprire la strada a nuovi trattamenti, attraverso la modificazione della composizione della flora batterica intestinale con l’utilizzo di probiotici, ovvero di integratori alimentari a base di microrganismi vivi ad azione antinfiammatoria e protettiva. I probiotici, somministrati per via orale in quantità adeguate, impedirebbero il propagarsi della cascata di eventi infiammatori responsabili dei processi di demielinizzazione e degenerazione cellulare alla base della malattia. Alcuni di questi prodotti contengono diverse specie di Lactobacilli, che in uno studio si sono dimostrati in grado di prevenire malattie autoimmuni come il diabete di tipo 1 e, quindi, potenzialmente utili per il trattamento della sclerosi multipla. Altri probiotici con effetto terapeutico sono quelli contenenti ceppi del genere Clostridia, capaci di favorire la proliferazione di linfociti ad attività regolatoria.

È importante, d’altra parte, mantenere una corretta alimentazione al fine di favorire il metabolismo e lo sviluppo delle specie batteriche sopracitate. La dieta infatti è in grado di influenzare la composizione della flora batterica intestinale e indirettamente favorire lo sviluppo di malattie infiammatorie autoimmuni come la sclerosi multipla. Una delle ipotesi più recenti suggerisce che la globalizzazione della dieta di tipo occidentale, ricca di grassi e zuccheri e povera in fibre, potrebbe essere la causa dell’aumento di frequenza delle malattie autoimmuni e, della sclerosi multipla in particolare, soprattutto nei Paesi in cui negli ultimi anni si è assistito a un aumento considerevole dei casi di malattia, come nelle nazioni asiatiche. In Giappone, per esempio, i casi di sclerosi multipla sono aumentati drasticamente tra i nati dopo il 1960, nel momento in cui le abitudini dietetiche della popolazione si sono per così dire “occidentalizzate” e da una dieta a base di pesce e vegetali si è passati a un’alimentazione ricca di carne e bevande zuccherate. Vi sono ormai numerose evidenze scientifiche che dimostrerebbero come una dieta ricca di grassi e zuccheri raffinati e povera in fibre possa modificare la flora batterica intestinale e favorire lo sviluppo di uno stato infiammatorio cronico favorente l’autoimmunità. Bambini cresciuti in Paesi poveri con diete prevalenti di fibre e con pochi grassi animali hanno una flora batterica completamente differente da quella di bambini cresciuti nei Paesi occidentali. Alcune specie di batteri appartenenti al genere Prevotella, che favoriscono lo sviluppo di un ambiente intestinale sano, sono praticamente assenti nella flora batterica intestinale di bambini che seguono una dieta occidentale. Naturalmente anche l’uso indiscriminato di antibiotici può alterare sensibilmente la composizione della flora batterica intestinale e predisporre allo sviluppo di malattie infiammatorie come la sclerosi multipla.

Stanno diventando sempre più numerosi i dati sulla capacità di alcune sostanze nutritive di modificare la flora batterica intestinale con effetti benefici sull’organismo, come ad esempio gli acidi grassi polinsaturi omega-3, contenuti nei pesci, nell’olio d’oliva e nella frutta secca, che favoriscono a livello intestinale la proliferazione di microrganismi batterici capaci di produrre sostanze ad azione antinfiammatoria.

Conclusioni

Negli ultimi anni si sono accumulate evidenze sperimentali che hanno dimostrato il ruolo dell’alimentazione e dei microrganismi a contatto con la mucosa dell’intestino nell’insorgenza e nello sviluppo della sclerosi multipla. Nell’intestino delle persone con sclerosi multipla recidivante-remittente, durante le fasi che precedono la riattivazione della malattia, si osserva un’alterazione della flora batterica (microbiota) in grado di favorire la proliferazione di cellule linfocitarie ad azione infiammatoria che, dopo aver attraversato la barriera emato-encefalica e raggiunto il sistema nervoso centrale, sono in grado di innescare tutta quella serie di eventi infiammatori a cascata, che esitano nella distruzione del rivestimento mielinico delle cellule nervose tipico della malattia.

Consigli Pratici

Sulla base di quanto appreso finora, è possibile pensare di ridurre l’insorgenza di ricadute cliniche di malattie nei pazienti affetti da sclerosi multipla attraverso interventi terapeutici in grado di modificare la flora batterica intestinale, in maniera da favorire lo sviluppo di microrganismi “buoni” con azione antinfiammatoria. Come già detto, si è dimostrato come una dieta di tipo occidentale, ricca di carne rossa, zuccheri raffinati e povera in fibre si associ a una riduzione di batteri del genere Prevotella a livello intestinale, cui si associa una maggior predisposizione allo sviluppo di malattie autoimmuni come la sclerosi multipla. In generale, è possibile pertanto affermare che un regime alimentare corretto ed equilibrato dal punto di vista nutrizionale, in particolare povero di grassi animali e di zuccheri, con poco sale e ricco di frutta e verdure, rivesta un ruolo protettivo, anche attraverso una modificazione della composizione del microbiota intestinale. Anche l’assunzione di probiotici può favorire lo sviluppo di microrganismi come Lactobacilli, Bacteroides fragilis e Prevotella ad azione antinfiammatoria e prevenire malattie autoimmuni come il diabete mellito di tipo 1 e probabilmente anche la sclerosi multipla. Saranno necessari ulteriori studi per fornire ai pazienti precise indicazioni dietetiche o suggerire supplementi dietetici e probiotici con l’obiettivo di ridurre, in associazione alla somministrazione delle attuali terapie immunomodulanti, sia la frequenza delle riacutizzazioni cliniche di malattia sia la progressione della disabilità correlate alla sclerosi multipla.

Dott. Salvatore Cottone – UOC Neurologia, Centro Sclerosi Multipla, A.O.O.R. Villa Sofia-Cervello, Palermo

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Source: Fondazione Serono SM

Dott.ssa Antonella Santagati

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  • Laurea in Medicina e Chirurgia conseguita presso Università degli Studi di Catania in data 6/7/88 con voto 110 e lode;
  • Specializzazione in Neurologia presso l’Università degli Studi di Catania conseguita in data 26/7/93 con voto 50/50 + lode.

Esperienze professionali:

  • Dal 12/1/95 al 28/2/09 assunzione a tempo indeterminato con qualifica di Medico Specialista presso Consorzio Siciliano di Riabilitazione a Catania;
  • Dal 1/3/09 in servizio, con contratto a tempo indeterminato, con la qualifica di Dirigente Medico di I Livello presso l’Unità Operativa Complessa di Neurologia dell’Azienda di III° Livello per l’Emergenza “Cannizzaro” – Catania -, Via Messina 826 – 95127 Catania.
  • Responsabile dell’Ambulatorio di Sclerosi Multipla dell’Azienda “Cannizzaro”.

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Source: Fondazione Serono SM

50 anni per la qualità di vita delle persone con sclerosi multipla

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Source: AISM-News dal mondo AISM

AISM e Barcolana celebrano 50 anni

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La ricerca di AISM in gara a Trieste. Sulla randa di Vanish il 45512 porterà fortuna a tutte le persone ……
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Sclerosi multipla progressiva: ibudilast rallenta l’atrofia cerebrale

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Uno studio di fase 2 condotto negli Stati Uniti ha confrontato l’effetto del farmaco orale con placebo in 255 persone ……
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Corporate fundraising specialist

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Source: AISM-News dal mondo AISM