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Buono il bilancio fra efficacia e sicurezza di una nuova molecola che controlla l’attivazione patologica dei linfociti B

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Il Congresso dell’ECTRIMS è da sempre l’occasione per presentare le prime evidenze dell’efficacia di nuovi farmaci indicati nella sclerosi multipla. I risultati raccolti con la molecola evobrutinib suggeriscono una sua efficacia nella riduzione delle lesioni rilevabili con la risonanza magnetica.

Il Congresso dell’ECTRIMS (European Committee for the Treatment and Research in Multiple Sclerosis, in italiano: Comitato Europeo per il Trattamento e la Ricerca nella Sclerosi Multipla) è un’occasione per condividere le esperienze raccolte con i farmaci indicati nella cura della sclerosi multipla, comprese quelle relative agli studi di fase 2, cioè a quelle ricerche eseguite per valutare, in maniera preliminare, efficacia e sicurezza delle nuove molecole. Fra le novità presentate quest’anno, c’è stato uno studio eseguito con una molecola denominata evobrutinib, che è il primo esempio di una nuova classe di farmaci che inibiscono un enzima chiamato tirosin-chinasi di Bruton (in inglese Bruton’s Tyrosine Kinase: BTK) ed è in corso di sviluppo da parte della Merck Serono. La tirosin-chinasi di Bruton si ritiene che abbia un ruolo sull’attività patologica dei linfociti B e dei macrofagi. Martin Weber, dell’Istituto di Neuropatologia dell’Università di Göttingen in Germania, è uno degli specialisti che hanno partecipato alla ricerca presentata al Congresso e ha spiegato che l’evobrutinib agisce principalmente sui linfociti B, inibendo la loro attività patologica che si sviluppa in malattie autoimmuni come la sclerosi multipla, e lo fa in una maniera meno aggressiva di altri farmaci appena entrati nell’uso clinico come l’ocrelizumab. La speranza, ha aggiunto Martin Weber, è che l’ evobrutinib possa raggiungere lo stesso livello di efficacia clinica, senza determinare l’eliminazione di queste cellule. Un altro specialista della sclerosi multipla di fama internazionale ha definito il meccanismo d’azione dell’evobrutinib un approccio interessante, perché determina un doppio effetto, sia sui linfociti B che sui macrofagi e ciò lo differenzia da altri prodotti che limitano il loro intervento ai soli linfociti B. un ulteriore vantaggio è che il suo effetto può essere controllato facilmente e che, quindi, dopo pochi giorni dalla sospensione dell’evobrutinib i linfociti B tornano a svolgere le loro funzioni normali, permettendo di prevenire o contrastare le infezioni che si sviluppano per una soppressione eccessiva del sistema immunitario. Nello studio presentato all’ECTRIMS, 267 soggetti con sclerosi multipla recidivante remittente o secondariamente progressiva sono stati trattati con tre dosi diverse di evobrutinib somministrate per bocca, oppure con placebo oppure con dimetil-fumarato alla dose comunemente usata nella pratica clinica. La principale variabile di efficacia è stato il riscontro di lesioni T1 amplificate con il gadolinio dopo 12, 16, 20 e 24 settimane. Le due dosi più elevate di evobrutinib, 75 mg una volta al giorno o 75 mg due volte al giorno, hanno ridotto le lesioni con un effetto proporzionale alla dose. Xavier Montalban, Professore di medicina dell’Università di Toronto in Canada, presentando i risultati della ricerca, ha sottolineato che essi indicano il potenziale degli inibitori della BTK come farmaci modificanti la malattia nella sclerosi multipla. Inoltre, ha riportato il buon profilo di sicurezza della molecola confermato dal fatto che nessuna delle tre dosi impiegate ha provocato lo sviluppo di infezioni gravi o linfopenia e che le modificazioni di alcuni esami di laboratorio si sono dimostrate reversibili e non associate a sintomi.

Circa le prospettive future relative alla molecola, un altro degli sperimentatori, Edward Fox, del Centro della sclerosi multipla del Texas centrale (Stati Uniti), ha dichiarato che i risultati ottenuti in questo primo studio giustificano il passaggio alla fase successiva dello sviluppo.

Tommaso Sacco

Fonte: Medscape 

Source: Fondazione Serono SM

Un test all'occhio per monitorare la sclerosi multipla

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Due recenti pubblicazioni scientifiche sostengono che l’analisi della retina potrebbe essere un modo semplice e veloce per valutare la progressione ……
Source: AISM-News dalla Ricerca Scientifica

Presentati i risultati di una ricerca sull’efficacia del trapianto di cellule staminali nella sclerosi multipla

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Al Congresso dell’ECTRIMS sono stati presentati i risultati di uno studio che ha valutato l’efficacia del trapianto di cellule staminali in casi di sclerosi multipla con un livello particolarmente elevato di attività della malattia. Le evidenze raccolte confermano l’efficacia della procedura.

Al Congresso dell’ECTRIMS (European Committee for the Treatment and Research in Multiple Sclerosis, in italiano: Comitato Europeo per il Trattamento e la Ricerca nella Sclerosi Multipla) Joyutpal Das ha presentato i dati relativi a una casistica di malati di sclerosi multipla curati con il trapianto autologo di cellule staminali. Nel riportare i dati egli ha sottolineato che una caratteristica specifica di questi soggetti è stata quella di non essere mai stati trattati in precedenza con farmaci modificanti la malattia (DMDs). Infatti, di solito, chi viene sottoposto al trapianto di cellule staminali è stato trattato con i farmaci più potenti, senza riuscire a ridurre un’attività di malattia particolarmente intensa. In questi casi, quindi, il trapianto di cellule staminali è stato impiegato come terapia di prima linea. I dati presentati si sono riferiti a un periodo mediano di osservazione di due anni e mezzo dopo l’esecuzione del trapianto di cellule staminali. In tale periodo di tempo, non si sono osservate recidive con sintomi, né attività confermata con la risonanza magnetica. Inoltre, si sono registrati miglioramenti del punteggio della disabilità nel 95% dei soggetti e nessun malato ha mostrato una progressione della stessa dopo il trapianto. Secondo Joyutpal Das, quella raccolta dal suo gruppo è la casistica più ampia di malati di sclerosi multipla sottoposti a trapianto di cellule staminali senza essere stati curati in precedenza con DMDs. Nell’articolo del sito MedScape che ha ripreso i risultati della ricerca si citano i commenti di vari esperti. Mark Freedman, specialista canadese della sclerosi multipla impegnato a sua volta in studi sull’efficacia del trapianto di cellule staminali, ha definito estremamente incoraggianti i risultati raccolti da Joyutpal Das e colleghi. Il moderatore della sessione nella quale sono stati presentati i risultati della ricerca ha segnalato che due anni o poco più di osservazione sono troppo pochi per comprendere quali conseguenze possa avere il trapianto di cellule staminali. Sarebbe necessario raccogliere dati e informazioni per almeno 10 o 15 anni. A questo proposito, Mark Freedman ha risposto di aver raccolto evidenze su malati sottoposti a trapianto di cellule staminali per periodi di tempo fino a 20 anni, rilevando una protratta mancanza di attività della malattia. L’età media alla diagnosi, dei soggetti valutati nello studio britannico, è stata di 28 anni e tutti sono stati sottoposti a trapianto di cellule staminali nello stesso anno in cui avevano ricevuto la diagnosi, in media 5 mesi dopo. Prima del trapianto, avevano presentato recidive frequenti, recuperi incompleti dopo le recidive e numerose lesioni amplificate con il gadolinio rilevabili con la risonanza magnetica. Un solo soggetto ha mostrato un’attività della malattia dopo 6 mesi dal trapianto e, come sopra riportato, nel 95% degli individui sottoposti al trapianto di cellule staminali il punteggio dell’EDSS è migliorato, passando dal valore medio di 6.5 (1.5-9.5) a quello di 2.0 (0-6.5). Mark Freedman ha aggiunto che, presso il suo Centro, 60 malati di sclerosi multipla hanno ricevuto il trapianto di cellule staminali a partire dal 2000. Joyutpal Das ha spiegato che il rischio di decesso da trapianto di cellule staminali si è ridotto marcatamente negli ultimi anni, ma sia lui che Mark Freedman hanno convenuto che questo trattamento non è adatto a tutti i casi di sclerosi multipla e che non è facile definire con precisione le caratteristiche dei soggetti nei quali applicare la procedura.

Nelle conclusioni della sua presentazione, Joyutpal Das ha spiegato che nel suo Centro il trapianto di cellule staminali viene proposto a malati giovani che presentano i massimi livelli di attività della malattia e che tali soggetti corrispondono a un 10% del totale. Infine ha aggiunto che, per fortuna, la maggior parte delle persone con sclerosi multipla risponde ai farmaci oggi disponibili e quindi si può limitare l’impiego del trapianto di cellule staminali a pochi casi selezionati.

Queste conclusioni sono perfettamente coerenti con quanto illustrato da Antonio Uccelli nelle interviste sull’argomento pubblicate nel sito della Fondazione Cesare Serono.

Tommaso Sacco

Fonte: Medscape 

Source: Fondazione Serono SM

AISM e Istituto Superiore di Sanità celebrano insieme la ricerca e i 50 anni dell’Associazione

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Un momento di divulgazione tra rigore scientifico e informalità. Il prof Ricciardi firma la Carta dei diritti: «le istituzioni ci ……
Source: AISM-News dalla Ricerca Scientifica

Integrazione lavorativa delle persone con disabilità nella Pubblica Amministrazione. Un passo avanti

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Nasce la Consulta Nazionale, tra i compiti l’elaborazione di linee di indirizzo e la verifica di attuazione delle tutele. «Ora ……
Source: AISM-News dal Sociale

Come interrompere la terapia e quali dati si dovranno raccogliere

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Quello che segue è l’ultimo degli aggiornamenti dedicati alle Linee Guida dell’Accademia Americana di Neurologia (in inglese American Academy of Neurology: AAN) sulla terapia della sclerosi multipla.

Le Linee Guida sono state approvate dalla Multiple Sclerosis Association of America (Associazione Americana della Sclerosi Multipla) e la National Multiple Sclerosis Society (Società Nazionale della Sclerosi Multipla), le due maggiori associazioni di malati di sclerosi multipla degli Stati Uniti. I precendenti aggiornamenti si possono vedere a questo link.

Il razionale dell’ultima raccomandazione dedicata alle modalità di interruzione della terapia della sclerosi multipla riguarda la Sindrome Clinicamente Isolata. Vari DMDs hanno dimostrato di ritardare la progressione da questa condizione alla sclerosi multipla clinicamente confermata. D’altra parte, alcune persone con la Sindrome Clinicamente Isolata (CIS) non avranno mai la sclerosi multipla. In particolare, si è osservato che i soggetti giovani con la CIS hanno un rischio maggiore di sviluppare una forma recidivante remittente di sclerosi multipla, ma si può anche presentare il caso di soggetti che hanno ricevuto una diagnosi di CIS, sono in trattamento con un DMD e non presentano alcun segno di attività della malattia. In queste persone si può porre il dubbio se continuare la terapia a tempo indefinito. Tuttora mancano conoscenze conclusive riguardo all’effetto dell’interruzione del trattamento in casi come questi. Deve essere parte di una buona pratica clinica un’approfondita discussione con le persone che si trovano in questa situazione, spiegando loro quali siano, sia i rischi relativi alla continuazione della terapia sia quelli associati all’interruzione della stessa.

Raccomandazione 3: i clinici dovrebbero rivedere i rischi associati al proseguimento dell’assunzione di un DMD, rispetto a quelli attribuibili alla sua interruzione nelle persone con la CIS e in trattamento che non abbiano ricevuto una diagnosi di sclerosi multipla clinicamente confermata.

Con questa raccomandazione si conclude la serie delle indicazioni riportate nelle Linee Guida sulla gestione del trattamento della sclerosi multipla. Gli autori hanno precisato che il documento riflette la complessità del percorso che porta a prendere decisioni riguardo all’inizio, al cambiamento e all’interruzione dell’assunzione di un DMD. Nel formulare le raccomandazioni, gli estensori si sono sforzati di dare alle stesse un’impronta fortemente centrata sulle esigenze dei malati e, per questo, hanno inserito indicazioni circa un’attenta valutazione della disponibilità ad iniziare o a modificare la cura, dell’aderenza al trattamento e di altri fattori specifici di ciascun individuo. Sono stati presi in considerazione sia i farmaci approvati dalla Food and Drug Administration, che quelli impiegati fuori indicazione. I metodi applicati nell’analisi di tutte le variabili rilevanti per la scelta della cura sono stati i più trasparenti e aperti possibile. Rae-Grant e colleghi ammettono che un documento di Linee Guida tanto complesso necessariamente non può soddisfare tutti e aggiungono che il campo della sclerosi multipla ha un’evoluzione talmente rapida, che tutte le raccomandazioni formulate oggi dovranno essere rianalizzate, in un prossimo futuro, alla luce di nuove evidenze. Uno dei problemi maggiori incontrati nella formulazione di indicazioni sulla gestione dei farmaci è quello di tradurre le evidenze raccolte negli studi clinici randomizzati in soluzioni applicabili alle casistiche gestite nella pratica clinica quotidiana.

Il documento delle Linee Guida si chiude con una serie di suggerimenti per studi futuri che possano fornire nuovi elementi per l’aggiornamento delle Linee Guida stesse. Ad esempio, si sottolinea che dovrebbero essere considerati criteri di efficacia rilevanti per i clinici e per i malati, oltre a quelli abituali impiegati negli studi clinici. Sarebbe utile avere i risultati di confronti diretti fra farmaci ai quali si attribuisce efficacia paragonabile. Mancano dati su casistiche sufficientemente ampie circa l’effetto dei DMDs nelle forme di sclerosi multipla secondariamente progressiva che determinino problemi alla deambulazione e lo stesso si può dire sugli approcci che prevedono l’avvio del trattamento con farmaci ad elevata potenza rispetto a quelli comunemente usati a questo scopo. Questo vale sia per la terapia delle forme recidivanti remittenti che per la gestione della CIS. È necessario raccogliere evidenze anche sul reale vantaggio che può derivare dal passaggio da un DMD all’altro, rispetto alla continuazione dell’assunzione dello stesso prodotto. Resta pressochè inesplorato il trattamento delle donne in gravidanza e mancano informazioni adeguate circa l’effetto dell’interruzione della cura nei casi in cui questa opzione sia valida.

Tommaso Sacco

Fonte: Practice guideline recommendations summary: Disease-modifying therapies for adults with multiple sclerosis; Neurology, 2018;90:777-788

 

Source: Fondazione Serono SM

Fattori di rischio di sclerosi multipla: obesità in età infantile-adolescenziale

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La sclerosi multipla è una malattia infiammatoria autoimmune che colpisce il sistema nervoso centrale provocando degenerazione della mielina e dei neuroni. L’eziologia, tuttora sconosciuta, è multifattoriale e vede coinvolti fattori genetici e ambientali. Tra questi ricordiamo le infezioni, l’esposizione al fumo di sigaretta, bassi livelli di vitamina D e l’obesità [1]. Quest’ultima in particolare è stata recentemente oggetto di numerosi studi e verrà discussa in seguito.

L’obesità è un problema sanitario contemporaneo; negli Stati Uniti, per esempio, circa il 35% degli adulti è obeso. Inoltre, negli ultimi anni la frequenza di obesità è notevolmente aumentata nei bambini e negli adolescenti. E proprio l’obesità in questa fascia di età è stata associata a un aumentato rischio di sviluppare la sclerosi multipla [2].

Nelle due coorti del Nurses’ Health Study che prevedeva l’osservazione di ben 238.371 donne sane all’inizio dello studio, un indice di massa corporea (IMC) ≥30 kg/m2 all’età di 18 anni era associato a un rischio di 2,5 volte maggiore di sviluppare la sclerosi multipla, mentre non esisteva alcuna relazione significativa con il peso al momento dell’inclusione nello studio [3]. In un altro studio condotto in Svezia, confrontando 1571 pazienti con sclerosi multipla con 3371 controlli sani, il peso all’età di 20 anni era circa il 3% maggiore nei pazienti rispetto ai controlli. In particolare, come già riportato nello studio citato in precedenza, l’IMC ≥30 kg/m2 aumentava di circa 2 volte il rischio di sclerosi multipla [4]. Risultati analoghi sono stati confermati in altri studi, soprattutto per l’obesità nella fascia di età 15-25 anni e nel sesso femminile [2].

L’obesità nell’infanzia sembra anche avere un ruolo nel rischio di sviluppare la sclerosi multipla in età pediatrica. Maggiori IMC nella fascia di età tra 7 e 13 anni è associata a una maggiore probabilità di sviluppare la sclerosi multipla (circa 2 volte). In generale comunque, i risultati degli studi convergono nel confermare la presenza di obesità tra 18-25 anni come un fattore di rischio per sclerosi multipla, mentre i dati sono meno definitivi per quanto riguarda l’obesità nella fascia di età infantile [2]. D’altra parte l’obesità infantile è associata alla presenza di obesità nell’età adolescenziale e adulta: contrastare precocemente l’obesità riveste quindi in ogni caso un ruolo determinante. È stato infatti stimato che abolendo l’obesità nell’infanzia sarebbe possibile prevenire circa il 15% dei casi di sclerosi multipla [2].

Studi ulteriori hanno dimostrato un’interazione dell’obesità con altri fattori di rischio genetici e ambientali. Per esempio, avere un IMC >27 e una storia di mononucleosi infettiva aumenta di circa 7 volte il rischio di sviluppare la sclerosi multipla [5].

Nel tentativo di confermare l’obesità come fattore di rischio per sclerosi multipla sono stati condotti studi utilizzando la “randomizzazione mendeliana”, una metodologia in cui invece di analizzare l’associazione tra il fattore di rischio e la malattia viene indagata l’associazione tra variabili genetiche sicuramente correlate al fattore di rischio in oggetto e la malattia. Sono stati pertanto esaminati alcuni geni associati alla presenza di obesità: i soggetti portatori di queste varianti genetiche avevano un maggior rischio di sviluppare la sclerosi multipla [6].

Non è chiaro quale sia il meccanismo biologico attraverso il quale l’obesità possa determinare un aumento del rischio di sclerosi multipla. L’obesità in età infantile è associata alla presenza di uno stato proinfiammatorio che può favorire lo sviluppo della malattia. Inoltre l’obesità è correlata a bassi livelli di vitamina D, a sua volta fattore di rischio per sclerosi multipla [2].

Conclusioni

In conclusione, molti studi hanno prodotto risultati convergenti nel dimostrare un aumentato rischio di sclerosi multipla in soggetti con storia di obesità in età infantile e adolescenziale. Sebbene molti possibili “confonditori” come lo stato socio-economico della famiglia e il possibile errore nel ricordare e riportare il peso di molti anni prima non siano stati presi in considerazione nell’interpretazione dei risultati, l’associazione tra obesità precoce e sclerosi multipla sembra essere forte, soprattutto nel sesso femminile. Sono comunque necessari ulteriori studi per confermare e approfondire questa associazione, valutando per esempio se e come la presenza di obesità possa influenzare il decorso della sclerosi multipla.

Consigli pratici

Sebbene il ruolo dell’obesità come fattore di rischio di sclerosi multipla richieda ancora ulteriori conferme, l’obesità in età infantile/adolescenziale è un fattore di rischio potenzialmente modificabile. Contrastare l’aumento di peso nei primi due decenni di vita può quindi contribuire a ridurre il rischio di sviluppare la sclerosi multipla in età pediatrica o in età adulta.

Emilio Portaccio – Fondazione Don Carlo Gnocchi, Firenze

Bibliografia

  1. Thompson AJ, Baranzini SE, Geurts J, et al. Multiple sclerosis. Lancet 2018;391(10130):1622-36.
  2. Gianfrancesco MA, Barcellos LF. Obesity and multiple sclerosis susceptibility: a review. J Neurol Neuromedicine 2016;1(7):1-5.
  3. Munger KL, Chitnis T, Ascherio A. Body size and risk of MS in two cohorts of US women. Neurology 2009;73(19):1543-50.
  4. Hedstrom AK, Olsson T, Alfredsson L. High body mass index before age 20 is associated with increased risk for multiple sclerosis in both men and women. Mult Scler 2012;18(9):1334-6.
  5. Hedstrom AK, Lima Bomfim I, Hillert J, et al. Obesity interacts with infectious mononucleosis in risk of multiple sclerosis. Eur J Neurol 2015;22(3):578.
  6. Mokry LE, Ross S, Timpson NJ, et al. Obesity and multiple sclerosis: a mendelian randomization study. PLoS Med 2016;13(6):e1002053.

 

 

 

 

Source: Fondazione Serono SM

La riabilitazione come cura della sclerosi multipla

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I farmaci servono ad arrestare o a ridurre l’attività della malattia, ma non sono l’unico trattamento della sclerosi multipla. Francesco Patti, Professore Associato di Neurologia dell’Università di Catania e Responsabile del Centro della sclerosi multipla del Policlinico G. Rodolico di Catania, ha dedicato il suo Angolo dello Specialista alla riabilitazione, come strumento di cura della sclerosi multipla.

 



 

Nell’angolo dello specialista dedicato alla riabilitazione si descrivono gli approcci con i quali devono essere affrontati i sintomi della sclerosi multipla che compromettono la funzionalità fisica dei malati: dall’astenia alla spasticità. Per ciascuno di questi sintomi, Francesco Patti fornisce chiare informazioni circa i meccanismi che ne sono alla base e i vantaggi che derivano dalla riabilitazione. Da quanto illustrato in questa parte dell’Angolo dello Specialista, risulta evidente che oggi non è accettabile che a un malato di sclerosi multipla non venga offerto un completo approccio multidisciplinare, che integri tutti gli interventi necessari a minimizzare gli effetti della malattia e dei suoi sintomi sulla vita quotidiana. Per sottolineare l’importanza della riabilitazione nella gestione di questa patologia, Francesco Patti spiega come si sviluppa il danno della sclerosi multipla e il ruolo che ha la plasticità neuronale nel compensare gli esiti di tale danno. Le dimostrazioni raccolte, con procedure di diagnosi molto raffinate, hanno infatti evidenziato che la plasticità neuronale permette di recuperare almeno una quota delle funzioni perse e che gli approcci riabilitativi possono, quantomeno, sviluppare una sinergia con i meccanismi autonomi di compensazione del sistema nervoso centrale.

Il messaggio fondamentale che scaturisce dal contenuto dell’Angolo dello Specialista di Francesco Patti è che la riabilitazione è una componente irrinunciabile della terapia della sclerosi multipla e che tutti i malati devono poter ricevere a questo trattamento.

Per maggiori informazioni: Riabilitazione fisica nella sclerosi multipla

Tommaso Sacco
Video: Marco Marcotulli

Source: Fondazione Serono SM

Riabilitazione fisica nella sclerosi multipla

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L’obiettivo della sezione è di aiutare i pazienti a orientarsi fra gli approcci riabilitativi con i quali si possono affrontare alcuni dei sintomi della sclerosi multipla, comprendendo i meccanismi che producono i benefici indotti dalla riabilitazione, inclusi i fenomeni di plasticità neuronale. La riabilitazione aiuta le persone con sclerosi multipla ad affrontare le alterazioni delle funzioni indotte dalla malattia, in alcuni casi riducendo la loro gravità e facendo in modo che pesino il meno possibile sulla vita quotidiana dei malati, per questo essi dovrebbero considerarla una parte fondamentale della gestione della malattia rivolgendosi a Centri specialistici con adeguata esperienza in questo campo.

In questa sezione troverete:

Sezione a cura della Prof. Francesco Patti, Professore Associato di Neurologia dell’Università di Catania e Responsabile del Centro della sclerosi multipla del Policlinico G. Rodolico di Catania.

Bibliografia

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Source: Fondazione Serono SM

Alterazione e recupero della funzionalità fisica nella sclerosi multipla

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Alterata funzionalità fisica come sito del danno

Nella maggior parte dei casi la sclerosi multipla si presenta in una forma caratterizzata da periodi con sintomi, alternati a fasi di parziale o totale scomparsa degli stessi. Parestesie, disestesie, alterazioni della vista o senso di debolezza sono fra le manifestazioni più comuni. Sempre considerando la gran parte dei malati, solo molti anni dopo la sua prima manifestazione, l’evoluzione della malattia assume un andamento più rapido, diventando sclerosi multipla secondariamente progressiva. Nella pratica di tutti i giorni si rileva che la progressione della sclerosi multipla recidivante remittente è estremamente variabile, cambiando da un soggetto all’altro. Quello che, però, è presente in tutti i casi è il meccanismo di demielinizzazione, cioè di danno alla copertura mielinica degli assoni, che dipende da un’infiammazione provocata da processi autoimmuni.

Prima la demielinizzazione o prima la perdita degli assoni?

L’alterazione della guaina mielinica induce a sua volta danni agli assoni o la loro perdita. Poiché gli assoni connettono fra di loro le cellule del sistema nervoso centrale, la loro perdita limita o impedisce la trasmissione degli stimoli fra i neuroni. Per spiegare la variabilità con la quale si manifesta la sclerosi multipla, si è anche ipotizzato che, in alcuni casi, le alterazioni degli assoni precedano i danni a carico della mielina. Come conseguenza della demielinizzazione, si crea la necessità di accrescere la produzione di energia negli assoni e questo, a sua volta, determina un aumento di dimensione dei mitocondri. D’altra parte, evidenze raccolte in laboratorio hanno dimostrato che, alcune volte, i mitocondri contenuti negli assoni si alterano prima che venga danneggiata la guaina mielinica degli assoni stessi. Ciò confermerebbe che, in alcuni casi, la distruzione degli assoni può precedere la demielinizzazione e che, all’origine del danno, ci sia una carenza di energia indotta dalla distruzione dei mitocondri. A monte di questo fenomeno ci sarebbe un accumulo di radicali liberi che non vengono adeguatamente smaltiti e, a valle, un’alterazione dei meccanismi di trasporto attraverso la membrana dell’assone, che sono indispensabili per il corretto funzionamento di quest’ultimo. Per comprendere come la demielinizzazione e l’atrofia a carico della corteccia cerebrale si traducano in sintomi, sono state sviluppate molte linee di ricerca con modelli di laboratorio. Un esempio di tali studi è quello che ha cercato di porre in relazione, da una parte la distruzione dei neuroni, il danno agli assoni e la demielinizzazione a carico della materia grigia di un’area del cervello denominata ippocampo e, dall’altra, la perdita della memoria. Dopo avere avuto conferma, negli animali di laboratorio, di tale sequenza patologica si è cercato di dimostrare, nei malati di sclerosi multipla, un meccanismo simile. Alcuni autori hanno formulato una sequenza di fenomeni che inizia con un’infiammazione autoimmune, nella quale giocano un ruolo fondamentale i linfociti B, ed è stato confermato che aggregati di queste cellule danneggiano la corteccia cerebrale, direttamente o attivando le cellule della microglia. In questa sede si determinano aree di demielinizzazione che si ripercuotono negativamente sulla produzione di energia all’interno degli assoni e innescano la neurodegenerazione, alla quale può conseguire un’alterazione della funzione di memoria.

Nella sezione Riabilitazione fisica nella sclerosi multipla troverete anche:

Sezione a cura della Prof. Francesco Patti, Professore Associato di Neurologia dell’Università di Catania e Responsabile del Centro della sclerosi multipla del Policlinico G. Rodolico di Catania.

Bibliografia

Source: Fondazione Serono SM